Il tatuaggio e i quattordici anni

Capita, a volte, sentirsi domandare dal proprio figlio «vorrei regalarmi un tatuaggio per il mio compleanno», quando al compimento del quattordicesimo anno d’età s’immaginano già grandi, almeno nelle apparenze. E capita anche, senza neppure troppa rarità, che la richiesta venga accordata.

Oltre all’essere un tipico terreno di incontro-scontro generazionale, l’affannosa scelta dell’impronta indelebile sulla pelle è, in realtà, un affare a cui nessun genitore sa rispondere con convinzione, neppure tra i più preparati o più progressisti. Per alcuni, non è così grave assecondare le richieste degli adolescenti per farli sentire belli o di tendenza, così come vedono ostentare in video il calciatore di turno o la popstar preferite.

Senza catechizzare infatti, non sembra troppo grave di fronte ai tanti odierni mali sociali. Peccato accorgersi solo dopo che non di rado certe scelte nascondano davvero poco buon senso, come le innumerevoli controindicazioni igieniche; o troppo poco buon gusto, come è successo ad una pari di mia figlia.

Scoprendo solo dopo che, dietro all’assenso accordatole, si nasconde una pratica mal ragionata e reiterata con veemenza dalla madre: sotto la modesta camicina bianca che ella sfoggia con sobrietà ogni giorno andando al lavoro si celano maliziosamente centimetri di pelle colorata, lasciati a tratti intravedere dalla svolazzante manica larga, che la donna non aspetta l’ora di mostrare dinanzi ad occhi curiosi. Che siano soltanto giudizi troppo severi tipici dei luoghi comuni o l’inadeguatezza di eternamente immaturi genitori proveniente da radici ben più profonde? Chissà…

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