Dopo Firenze animiamo questa Chiesa inquieta

L’attacco di questo editoriale sarebbe stato senz’altro diverso, se l’«abattage», la mattanza del 13 novembre non avesse trasformato Parigi in un nuovo, terribile 11 settembre. Solo il silenzio – dote rifuggita nei media e rara negli animi – potrebbe commentare lo sdegno e l’abbattimento che gli attentati compiuti venerdì scorso in Francia hanno suscitato nel mondo intero. Eppure, se non diventa incubatrice di veleni, la parola, accorta e misurata, può aiutare a reagire e spiegarci che la speranza vive, oltre ogni terrorismo.

Chi a Firenze ha potuto sperimentare la fatica e la bellezza del convenire, condividendo storie ed esperienze diocesane, può testimoniare che non è questo il tempo di scoraggiarsi. Anzi: il compito della Chiesa italiana «inquieta» benedetta da papa Francesco, ora, è proprio quello di farsi interprete delle prospettive emerse dal 5° Convegno Ecclesiale Nazionale e di continuare a lavorare sui contenuti, secondo quanto indicato dalla «Evangelii gaudium».

Quando se ne vedranno i frutti è prematuro ipotizzarlo e ha ragione Adriano Fabris quando afferma che sintetizzare tutto ciò che è emerso da questa settimana fiorentina è «impossibile». Tuttavia, doveroso è dar voce a quei volti che, ciascuno nel proprio ambito, sapranno declinare quei cinque verbi – uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare – ritrovando il «gusto per l’umano», come ricordava la Traccia di preparazione all’evento. Importante è e sarà valorizzare quei numeri (2.200 delegati, 200 tavoli per i lavori di gruppo, oltre duemila volontari) che hanno reso Fortezza da Basso un luogo in cui improntare un nuovo metodo di confronto, avviando quegli «esercizi di sinodalità» richiamati da mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, e improntati sulla capacità di ascolto e di dialogo costruttivo.

Da qui, oltre alla guida dei vescovi, dei sacerdoti e dei consacrati, l’impegno dei laici auspicato dal cardinale Angelo Bagnasco nel portare i segni del Vangelo e tradurre quel «nuovo umanesimo in Gesù Cristo» abbracciando, con coraggio e responsabilità, «l’animazione cristiana dei nostri territori», anche attraverso la riscoperta di una adeguata formazione socio-politica a partire dalla Dottrina Sociale della Chiesa. Un compito non da poco, con una mission da comunicare: «Dio non soltanto esiste, ma c’entra anche con la nostra vita».

E a quanti – e sono molti – si domandano il legame di Firenze 2015 con il Sinodo appena concluso e il Giubileo che sta per iniziare, si fa chiaro quanto ribadito dal Presidente della CEI, perché «potremo lavorare su quanto emerso dal Convegno Ecclesiale, voluta- mente concepito tra questi due grandi mo- menti assembleari, nella cornice dell’Anno della Misericordia». Sì, perché ogni azione pastorale trova senso se non si perdono di vista i «collegamenti», dice Bagnasco, e si impara a non separare i fatti, gli eventi, ma a considerarli passi di un «cammino». Un cammino che oggi inizia con uno stile esigente, ma necessario.

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