Quando una passione diventa anche un lavoro, il sogno di un uomo o di una donna può dirsi realizzato. In un tempo in cui si fatica a indicare la via della felicità quotidiana, soprattutto rivolgendosi ai più giovani, l’esempio di Francesco Facciolli (nella foto in alto, all’”opera” tra i ragazzi) rappresenta una preziosa testimonianza per chi vuole percorrere la strada artistica. Attore, regista e operatore teatrale da più di vent’anni, tra le sue variegate e molteplici attività Facciolli si occupa anche del laboratorio promosso dal Liceo «Giacomo Leopardi» di Macerata, cercando di trasmettere ai giovani quell’elemento fondamentale che chiama «partecipazione emotiva».

Francesco Facciolli con gli aspiranti attori del Liceo «Leopardi» di Macerata
Francesco Facciolli (al centro) con gli aspiranti attori del Liceo «Leopardi» di Macerata

Facciolli, quale approccio giudica più adeguato per passare dall’esperienza del palcoscenico con gli adulti a quella in un’aula di scuola con i giovani?
La generosità è l’unico modo di lavorare che conosco, qualunque sia la forma di espressione artistica mi trovi ad affrontare. La mia formazione deriva dall’Accademia di Belle Arti, dalla quale, poi, sono passato al teatro. Qui ho trovato un feedback immediato, rispetto alle altre arti figurative: quando si realizza un quadro, si ha un rapporto intimo, quasi esclusivo, con l’opera d’arte, tanto che solo in un secondo momento potrà essere apprezzata dal pubblico. Nel teatro, invece, l’autore e la sua l’opera d’arte coincidono. Questo vale sia quando sono protagonista di uno spettacolo e ancor più quando, grazie a questo laboratorio, mi trovo in compagnia dei giovani. Si tratta di un continuo vortice di energie,

un circuito ininterrotto che rende il mio lavoro entusiasmante e lo rinnova nell’incontro con gli altri.

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Assistendo alle lezioni, si avverte la tua necessità di suggerire ai giovani di sentirsi liberi nell’interpretazione, al massimo delle loro potenzialità. È così?
Il sistema è proprio questo e deriva anche dalla mia formazione. Avendo iniziato la mia carriera nel teatro amatoriale, non ho avuto la possibilità di frequentare una scuola d’arte drammatica. Il mio percorso è stato un mosaico di esperienze, mentre la mia fortuna, nonché la mia volontà, è stata quella di poter incontrare grandi maestri. Ciò mi ha consentito un punto di vista più ampio e, anche a mia insaputa, ha creato dentro di me il metodo che offro ai più giovani: la ricerca, prima di tutto, della libertà. Credo che in una scuola non si debbano formare degli attori, ma consentire a degli esseri umani di crescere. L’agire didattico è programmato sul singolo, sull’individualità, soprattutto in un’ottica di competizione.

Il teatro è invece una finestra sul mondo in cui si lavora in gruppo.

Questo porta all’abbattimento delle barriere della comunicazione e dei pregiudizi, oltre che delle paure. In genere, mi confronto con studenti dalla personalità timida e che hanno bisogno di un luogo deputato in cui potersi aprire ed “esplodere”.
Quali obiettivi ha già individuato e quali ha condiviso con gli studenti?
In questa classe aperta che si è formata con il laboratorio, il teatro deve essere una scelta volontaria, principalmente per due motivi: la scelta non avviene come per un’altra materia di insegnamento, ma per provare a sperimentare se stessi; in secondo luogo, il gruppo unisce età e classi differenti, così che chi partecipa è messo nella condizione di rompere schemi precostituiti dalla scuola ed è portato ad allacciare nuovi rapporti.

Inoltre, uno degli obiettivi è anche la realizzazione di uno spettacolo multilingue

grazie alla collaborazione indispensabile dei docenti per la pronuncia e la costruzione dei testi. Si tratta, dunque, di un’esperienza nuova e originale dove tutto è ancora in divenire: abbiamo delle linee guida che saranno declinate dalle possibilità espresse dai ragazzi e, al termine dell’anno scolastico, la performance che ne deriverà sarà il riflesso d’ogni molecola creativa di chi avrà preso parte.

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