Non c’è più il posto fisso, una famiglia “normale”, una etnia e un’unica religione che ci accomunano eppure ci possono essere valori che ci uniscono, che ci richiamano al dovere di educare la propria coscienza ad aprirci all’altro, alla condivisione ad una comunione che è più grande del giardino che ci circonda. C’è un senso di umanità in Checco, sebbene possa essere caustico e volgare in certe sue battute. La sua forza sta, però, nel codice comunicativo che usa, che sa “risvegliare” gli animi più assopiti e a volte troppo “perbenisti” (una necessità, potremmo dire).

Del «fenomeno Zalone» non ce ne libereremo presto. Quarto film, quarto successo. Questa volta addirittura ha sbancato in soli due giorni di proiezione con già 22 milioni di incasso. Che si voleva di più per il cinema e per le sale che continuamente si sentono in crisi, ma che in questi giorni hanno tirato un respiro, quasi tutte “sold out”? Se Zalone certo non risolverà i problemi dell’industria cinematografica certo molti esercenti, e non solo, lo invocheranno sì lui, a Natale, come il “salvatore”.

Che cosa sta sotto a tale “miracolo”? Sicuramente un lavoro geniale, fatto ad arte insieme a Gennaro Nunziante che, ricordiamolo, come regista e autore fa coppia fissa da anni con il bravo comico, “performer”, cantante nonché attore Luca Pasquale Medici (in arte Checco Zalone). C’è chi lo annovera tra i grandi della commedia italiana come Sordi, Risi, Totò e chi invece ancora lo denigra come “furbetto” di bassa volgarità o dalla risata facile. Saranno i posteri a giudicare. Checco Zalone, sta di fatto, sa arrivare dritto là dove a volte le nostre intelligenze sublimi non sanno portarci. Perché ignoranti o poco colti? Forse, ma soprattutto perché molte volte, incupiti nelle nostre riflessioni più profonde che vanno alla ricerca di un senso (quale poi?) e avvolti da parole altisonanti, auliche che messe in fila una dietro all’altra hanno il solo potere di metterci in confusione (e dunque?), abbiamo bisogno di qualcuno che con il sorriso ci faccia comprendere quello che oggi siamo. Forse sta tutto qui il suo successo “popolare”, proprio perché di tutti, accessibile e comprensibile anche dal volgo.

In «Quo vado» noi ridiamo in fondo di noi stessi, di quello che siamo diventati grazie anche, forse, al concorso di “altri” (per cui Checco da fastidio). Non c’è più il posto fisso, una famiglia “normale”, una etnia e un’unica religione che ci accomuna eppure ci possono essere valori che ci uniscono, che ci richiamano al dovere di educare la propria coscienza ad aprirci all’altro, alla condivisone ad una comunione che è più grande del giardino che ci circonda. C’è un senso di umanità in Checco Zalone, sebbene possa essere caustico e volgare in certe sue battute. La sua forza sta, però, nel codice comunicativo che usa, che sa “risvegliare” gli animi più assopiti e a volte troppo “perbenisti” (una necessità, potremmo dire).

Certo, «Quo Vado» non è cinema d’autore. Non è nemmeno un cinema che scava e va in profondità. Non è questo l’intento ed è inutile giudicarlo con questi parametri. Si rincuori ogni critico che fa bene il suo mestiere. Non è nemmeno un film per le famiglie (e sbagliano quei genitori che vi portano i piccoli a vederlo).

È una storia che, con l’intento di allettare e far ridere, ti fa uscire dalla sala con almeno sulle labbra: «Beh, in questo però dice il vero…». Fa pensare, dunque, Checco Zalone? Sì, questa è la verità, e forse purtroppo, il paradosso odierno.

Non ci dà soluzioni e anche il finale non vuole consegnarci nulla di facile e pronto all’uso, non ci dà nemmeno la morale, tuttavia ci “restituisce” la speranza che, nonostante tutto, si può sempre essere migliori. Ancora una volta. Non solo a Natale.

Gianluca Bernardini

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