verdenelliSul finire dell’estate del 2013, assieme ad uno di quei dibattiti sulla politica che tanto lo appassionavano («A presto, Gian Mario, ci rivedremo presto!», si erano così accomiatati gli organizzatori di Sel ma già sapeva che per lui non ci sarebbe stata un’altra volta), ricordo che per qualche attimo ci fermammo in fondo alla scalinata che porta con qualche fatica al centro. Allora, Gian Mauro Maulo l’ex sindaco della “rinascita” di Macerata, si volse triste verso quella “spianata” radiante alla De Chirico, la più dolorosa tra le sue “incompiute”: piazza Mazzini.

«Doveva essere tutta pedonalizzata e invece hanno voluto destinare a parcheggio la parte finale – ammise -, distruggendo la pavimentazione e la stessa concezione dietro al progetto…». Il modello era piazza Navona, di cui quella maceratese aveva la medesima configurazione di antico stadio romano pur non avendo nel dna né l’imperatore Domiziano, né la famiglia Pamphili e neppure mostrando (ad eccezione, per così dire, di un tritone-fontanella spesso vandalizzata) tracce storico-artistiche, come quelle opime dei due titani rinascimentali dell’architettura tra loro in aperta, ironica competizione: Bernini e Borromini.

In piazza Mazzini, dove s’allunga l’ombra sinistra della «Casa del boia» (gettata a terra negli anni 80 per una moderna palazzina), dove venivano “mazzolati” i condannati a morte, tratti dal carcere, e adesso c’è un tempio gastronomico del bio, la tradizione storica è chiaramente negativa. E l’emancipazione si è mostrata subito difficile, minata dalla competizione di due diverse anime, quella filosofica del Professore e quella utilitaristica (vincente alla fine) che peraltro scontava programmazione, ritardi storici e poco innocenti equivoci in fatto di parcheggi. Una competizione che doveva generare, frutto malato, una strana mezzadria tra parking e l’area destinata al pubblico diletto.

A Gian Mario duoleva soprattutto il fallimento di un piano ancora più importante. Il bel palazzo Legato-Filati doveva essere destinato a Casa di Riposo, non a un condominio di lusso per di più con scarso appeal commerciale, come i numerosi bandi dell’Ircer per la locazione dei mini-appartamenti avrebbero poi dimostrato, da ultimo. Questa cosa amareggiava il Professore ancor più del parcheggio, spuntato come un fungo velenoso.

Ed ora l’immenso ibrido, questa incompiuta sulla breve strada delle riforme tentata a metà degli anni ’90, è sotto gli occhi di tutti. La piazza Navona «de noantri» è diventata una specie di centrale dello spaccio, punto di riferimento dell’intera provincia per una popolazione giovanile disagiata sempre più crescente: giovani tossici vi giungono con ogni mezzo, e ne affollano guardinghi gli angoli.

Una piazza dove carabinieri e spacciatori si rincorrono, le dosi gettate nei tombini per evitare l’arresto en plein air. E dove come in una scena horror, la settimana scorsa un giovane pesarese, atteso in una comunità di recupero, ha chiuso la propria esistenza impiccandosi con la cinta dei calzoni ad uno degli ombrelloni di un caffè affollatissimo durante l’Opera. Serate durante le quali lo sciagurato parcheggio divide ancora più nettamente in due piazza Mazzini, creando un chiaro ostacolo alla sua fruizione da parte del popolo del dopoteatro. E mentre la piazza in questi anni è andata svuotandosi di quei valori in nome dei quali era stata costruita, con i gestori dei locali in continuo turn over, degrado, vittime e persecutori, guardie e ladri hanno cominciato ad abitarla.

Che fine hanno fatto i bambini, le mamme, gli anziani, la voglia di stare assieme oltre al rock rituale ed assordante l’estate? Per dirla con Dolores Prato, in quel caso «giù la piazza non c’è nessuno». Neppure la voglia di capire e provvedere: solo indifferenza, solitudine inquieta compagna di strada dell’autoreferenzialismo giovanile da social, si muovono sul “palco” dell‘incompiuta che rese malinconico una sera d’estate Gian Mario Maulo che, proprio da quella piazza, dieci anni prima aveva lanciato la propria candidatura a Primo cittadino.

Per la rinascita di quella doveva diventare la «piazza Navona marchigiana» e non un’oscura mini «China town» occorre ripensare con il cuore, senza fughe e indifferenze – come insegna papa Francesco – ad un progetto umanista che la civiltà delle macchine e degli affari subdolamente aveva fatto fallire con modifiche che apparvero marginali ma risolutive per i destini di un’area dove invisibile continua ad ergersi l’ombra delle esecuzioni capitali, del disagio più oscuro e della fine.

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