Martedì 19 gennaio don Piero Tantucci ha affrontato il tema «La misericordia di Gesù nel Vangelo» presso l’Aula Rossa della Domus San Giuliano a Macerata. Era il secondo incontro del ciclo “Misericordiosi come il Padre” dedicato principalmente agli operatori pastorali, ma aperto a tutti.

Don Tantucci ha subito precisato di non presentarsi come un professore che relaziona asetticamente l’argomento posto a tema, né di offrire al nutrito pubblico intervenuto una meditazione ispirata da santità. Il passo biblico di Luca 6,36 “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” è stato l’incipit per cercare di accompagnate gli interlocutori – presenti in sala e quelli collegati in diretta con RadioNuova e con èTv Macerata o in streaming sul sito della diocesi – in un viaggio fatto insieme per tentare di cogliere l’essenziale della Misericordia.

Tantucci4-sUna Misericordia per l’oratore da non proclamare nominalmente o in un fare formale, come fosse un mantra senza un nesso profondo con la quotidianità della vita. Da teologo ha quindi ripreso la terminologia biblica, già accennata dal vescovo Nazzareno Marconi nell’incontro della settimana precedente, compiendo rimandi alla tradizione ebraica e proponendo la lettura di due libri uno di Walter Kasper, Misericordia – Concetto fondamentale del vangelo – Chiave della vita cristiana, Queriniana Editore e l’altro di Raniero Cantalamessa, Il volto della Misericordia, edizioni San Paolo.

Per tradurre in termini più semplici “misericordia” don Tantucci lo ha accostato al concetto di “amore viscerale”, un amore intessuto dentro di te e con te, al punto che non puoi in alcun modo separarlo da te senza esserne lacerato.

Dio si è incarnato consapevole della nostra finitudine umana. A tal riguardo ha proposto la Tantucci3-scitazione di Isaia 49, 14-15 «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».

A questo punto don Piero – da abile artigiano della Parola – ha citato la testimonianza di Erika Zerbini tratta dall’articolo La mia maternità interrotta del Corriere della Sera del 16 gennaio.

Erika è una madre ligure che ha avuto due aborti spontanei e  parla del suo dolore: «Così vado vicino a quel confine dal quale non si torna più indietro. Rischio di perdermi e morire di rabbia e di dolore, oppure impazzire.
Scopro che non è la consolazione a potermi guarire dal lutto, ma la verità, la legittimazione, infine io. Io e la mia personale libertà di scegliere cosa fare di tutto il dolore che porta la morte e cosa tenere della maternità interrotta.
La verità è che i figli sono tutti uguali, vivi o morti, grandi o piccoli, nati o non nati. Sono tutti pezzi unici e insostituibili dello stesso amore. Avere già dei figli non consola per la morte di altri. Non mi è possibile vivere per i figli che sono vivi, perché allo stesso modo potrei morire per quelli morti. Posso vivere per me: perché nella mia vita c’è ancora tutto l’amore di sempre, talvolta è trasformato, ma non estinto. Posso vivere per me perché ancora non sono pronta a lasciarmi andare.
Non serve spostare l’attenzione su ciò che c’è e rinnegare o sminuire chi non c’è: ci siamo tutti, ognuno con la propria forma e il proprio peso nell’esistenza di ognuno di noi. Io sono madre di tutti i miei figli: quelli vivi e quelli morti. Li porto tutti con me: alcuni li vedo crescere, altri li ritrovo quotidianamente nell’assenza.
Dei figli che non ho tengo tutto l’amore che c’è stato nell’averli desiderati, concepiti e custoditi dentro di me. Tengo il piacere d’essere stata la loro madre. Li ho sognati, accolti, protetti e partoriti. Ho fatto tutto ciò che fa una madre: mi assolvo e non sento più quella cocente vergogna d’essere più una tomba che una madre.
Prendo il dolore e scelgo cosa farne: lo uso per incontrare parti di me che non conosco, mi serve per diventare la donna che sono, è parte della madre che sono oggi».

Tantucci2-sDon Tantucci prontamente ha ricollegato la storia di Erika al testo di Bruno Maggioni e di Ezio Prato Il Dio capovolto, nel quale gli autori ci presentano il Crocifisso innalzato, affermando che è la Rivelazione del volto di Dio: un volto che ha i tratti del dono di sé e della gratuità e fedeltà dell’amore. Sulla croce si è rivelato chi è Dio, la sua identità: il volto dell’amore che si dona e salva l’uomo condividendone l’esistenza, la vita e la morte. Un Dio che appare “capovolto”: non l’uomo che muore per Dio, ma Dio che muore per l’uomo.

Rimane sempre l’oscurità di ogni atto di fede e a questo punto Tantucci cita Isaia 8,16-17 «Richiudi questa testimonianza, e sigilla questo insegnamento nel cuore dei miei discepoli. Io ho fiducia nel Signore, che ha nascosto il suo volto alla casa di Giacobbe, e spero in lui».
Invita l’auditorio a fare come l’uomo della Bibbia che sempre crede, non spera, che ciò che tarda avverrà… e termina asserendo che di questa fede, il Giubileo è un segno, una parabola da mettere in pratica.

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