Azione Cattolica: sulle unioni civili una legge da riscrivere

La Presidenza nazionale rinnova l'invito a sottrarsi dal piano della polemica ideologica

Foto Cristian Gennari/Siciliani per AgenSir

Riceviamo e pubblichiamo alcuni passaggi della nota diffusa sul tema delle unioni civili dalla Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica italiana (qui il testo completo).

Le questioni al centro del disegno di legge sulle unioni civili sono di grandissima importanza. E sono questioni di una delicatezza estrema, perché coinvolgono direttamente gli aspetti più fondanti e decisivi dell’umano e le sue aspirazioni più profonde. Dimensioni dell’umano che chiedono, innanzitutto, di essere trattate con cura, prudenza, rispetto, non solo nelle cose che si dicono, ma anche nei toni, nelle parole e nei gesti con cui ci si esprime. È questo l’atteggiamento che chiediamo di mantenere a chi agisce in campo politico, è questo l’atteggiamento che vogliamo concorrere a costruire nel Paese.

Una legge per regolare le convivenze omosessuali e garantire a esse un riconoscimento da parte dello Stato va fatta. L’ha detto la Corte Costituzionale, ma lo dice soprattutto la necessità di dare una risposta a chi attende da tempo che lo Stato regolamenti in modo specifico diritti e doveri connessi a questo tipo di relazione affettiva, evitando di lasciare campo libero a decisioni creative del potere giudiziario, con il rischio di forzare sempre più spesso, e a volte in maniera disinvolta, i confini di una sana divisione dei poteri. Tuttavia la legge, così com’è stata proposta in Parlamento, non ci piace. Non la condividiamo.

Innanzitutto, perché è piena di rimandi al diritto matrimoniale: in questo modo, le unioni civili finiscono per essere assimilate nei fatti al matrimonio, malgrado a parole il Disegno di legge dica una cosa diversa quando afferma che si tratta di “una specifica formazione sociale”. Un’ambiguità che nasce, evidentemente, dalla necessità di raggiungere un compromesso tra idee, culture, sensibilità e interessi differenti.

C’è un’altra importante ragione per cui questa legge non ci piace, ed è ben nota: l’idea di introdurre la stepchild adoption. Perché siamo convinti che anche questa legge, come ogni legge, deve proteggere innanzitutto i soggetti più deboli, più indifesi, più esposti ai rischi che possono nascere dall’intervenire su una materia così delicata. E questi soggetti sono i figli, i piccoli. Invece, ci sembra che la proposta avanzata sia pensata innanzitutto non per garantire i diritti dei figli, quanto piuttosto per permettere di soddisfare l’aspirazione di genitorialità degli adulti, trasformando così un desiderio in un diritto. Ma questo è un campo in cui non ci può essere spazio per interessi di parte.

Una legge come questa deve essere sottratta sia al piano della polemica ideologica, sia a quello della piccola lotta di bottega, per essere affrontata sul piano della ricerca autentica, sincera e aperta di possibili punti di incontro tra idee, interessi, visioni dell’uomo e del mondo differenti. Quello che ci sentiamo di chiedere ai nostri Rappresentanti, al nostro Parlamento, è di avere un sussulto di coraggio, di saggezza, di senso del bene comune. Di tornare a discutere, confrontarsi, senza pregiudizi e senza secondi fini, per trovare una soluzione legislativa che davvero sappia interpretare il sentire profondo degli italiani e ne sappia trarre un punto alto di sintesi. Per il bene di tutti, per il bene di ciascuno.

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