Dobbiamo cantare tutte le domeniche?

Sulla frequenza dell'animazione musicale liturgica

Accade con frequenza che il gruppo di animazione liturgico-musicale viva di improvvise accelerazioni e lunghe pause. Soprattutto a Natale, a Pasqua o per la festa del Santo Patrono, il gruppo composto da cantori e musicisti vive periodi adrenalinici in cui manifesta una vitalità impressionante: incontri preliminari, preparativi, prove su prove… Energia, fermento e agitazione perché «si sta per andare in scena»!
Solitamente la preparazione certosina permette di eseguire bene i canti e anche tutto ciò che orbita intorno all'”evento”. Tutto va bene, tutti contenti e gasati, poi il silenzio… Un silenzio che produce celebrazioni prive di quel canto che non è semplice ornamento, ma parte integrante del rito.

Dobbiamo cantare sempre? Non è possibile tutte le domeniche radunare tutti i coristi e i musicisti: troppo impegnativo…
Prima di tutto chiariamo e puliamo l’aria del pulviscolo che amiamo mettere in circolazione il più delle volte per malcelata convenienza: la celebrazione liturgica non è l’occasione per esibirsi e mettersi in mostra; non è uno spettacolo di arte varia; non è un concerto per soli, coro e orchestra e, se avanza, magari qualche rispostina dell’assemblea, sempre che sia stata prevista. In chiesa chi anima con il canto esercita un ministero di fatto e non la professione dell’artista (il termine “ministero” significa semplicemente il servizio che il cristiano è chiamato a rendere agli uomini nell’ambito della missione ecclesiale).

«Anche i ministranti, i lettori, i commentatori e i membri della “schola cantorum” svolgono un vero ministero liturgico»
(Sacrosanctum Concilium, n. 29)

Dobbiamo cantare sempre? Non ho voglia, è troppo impegnativo e la domenica voglio fare altro…
Viene da rispondere: il prete decide arbitrariamente se celebrare o meno la Messa la domenica? No certo, è il suo ministero che lo richiede.
Pensiamo cosa accadrebbe se nel giorno del Signore ci ritrovassimo in chiesa per partecipare alla Celebrazione eucaristica e non trovassimo il nostro parroco perché impegnato in altra attività come, ad esempio, una bella scarpinata in montagna a raccoglier funghi: scoppierebbero proteste accese, grida e urla di scandalo, articoli al vetriolo sui giornali… L’assemblea avrebbe perfettamente ragione. Alla stessa stregua anche l’opera di animazione liturgico-musicale non può mancare, non può latitare, non può essere erogata a periodi alterni.

Dobbiamo cantare sempre?
Sì e non solo quando si pensa, in errore, di “andare in scena”; e il canto deve essere adeguato e di qualità: non un concerto che zittisce l’assemblea, ma ne promuova la “partecipazione attiva”.

«Per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l’atteggiamento del corpo. Si osservi anche, a tempo debito, un sacro silenzio»
(Sacrosanctum Concilium, n. 30)

Dobbiamo cantare tutte le domeniche?
Sì, perché per il cristiano ogni domenica è un “evento”, perché ogni domenica è Pasqua.

«Ogni settimana, nel giorno a cui ha dato il nome di “Domenica”, (la Chiesa) fa la memoria della risurrezione del Signore»
(Sacrosanctum Concilium, n. 102)

La Domenica è allo stesso tempo il primo e l’ultimo giorno della settimana.
È il giorno nel quale, nella fede, celebriamo il memoriale della «beata Passione, della Risurrezione dai morti e della gloriosa Ascensione al cielo di Cristo Figlio del Padre e nostro Signore» e dell’effusione dello Spirito Santo.
È il giorno tipico della presenza attuale del Signore in mezzo ai suoi riuniti in assemblea.
È il giorno dell’attesa nella speranza della venuta ultima del Signore glorioso.
È il giorno dell’assemblea.

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