Dimmi come ti diverti e potrò dirti chi sei

Riflessione al tempo dei social tra omologazione, luoghi comuni e una nuova "resistenza"

11428473_10206470962481699_8427630921605847079_nPaolo Nanni

Caparezza canta: «Sono fuori dal tunnel del divertimento». Noi ne siamo fuori o dentro? A questa prima domanda dobbiamo per forza rispondere: dentro. Giovanissimi, giovani, adulti, anziani perfino, in questa società subiscono un’offerta di divertimento in continua crescita. Andrebbe messo tra virgolette il termine “subiscono”, così come “divertimento”: ad esempio, possiamo davvero annoverare nel divertimento tenere una persona ore davanti a una slot machine?

In alternativa potremmo usare il termine “intrattenimento”, resta il fatto che il modo in cui ci vengono vendute le varie forme di intrattenimento fa leva sulla nostra necessità – vera o indotta? – di passare più tempo possibile a divertirci. Nel suo senso originario, “divertirsi” vuol dire “deviare”, “cambiare direzione”. E se si pensa all’effetto di un buon libro, un film o uno spettacolo teatrale, il senso che ne caviamo sarà sovente non quello semplicemente di distrarci, ma di mutare punto di vista, arricchire con un percorso nuovo di pensiero la nostra mente.

Cosa vuol dire “divertirsi”?

Dall’altra parte del confine c’è invece il divertimento che non solo non ci arricchisce, ma ci rende più passivi, piatti, assenti. E docili. Tanto che il vecchio adagio romano per tenere sotto controllo il popolo recitava “panem et circenses”. Quindi non è del tutto improprio sostenere che, come per il colesterolo, anche col divertimento ce n’è uno buono e uno cattivo. E come si riconoscono l’uno dall’altro? A questo proposito assistiamo a una retorica che non condivido, che vorrebbe ad esempio il libro come qualcosa a prescindere di buono, che arricchisce la mente. A mio modo di vedere non possiamo essere categorici: dipende dal libro, dipende da come ne fruisco.

Esiste un divertimento “buono” e uno “cattivo”, ma come si riconoscono?

Ognuno di noi deve interrogarsi su come si diverte, se ciò che fa per divertirsi è costruttivo, davvero stimolante e capace di offrire nuovi orizzonti. Oppure no.
D’altra parte è inutile nasconderci che i vari tipi di divertimento che la nostra cultura ci offre hanno caratteristiche peculiari, per cui, pur essendo una distinzione da rivedere caso per caso, è possibile con uno sguardo sociologico notare i fenomeni di massa e quali forme di divertimento stanno tendenzialmente arricchendo chi ne fruisce e quali invece impoverendo. Tra queste ultime: l’alcol e le droghe, il gioco d’azzardo, ma anche il tifo calcistico, il junk food, lo shopping, il porno, la prostituzione.

nanni1Dispiace notare che sono forme di divertimento che non conoscono crisi, anzi, ma sarebbe un errore pensare che ne saremo sempre di più schiavi, perché mentre avanzano queste, avanzano anche le altre, quelli in cui siamo attivi, espressi, in relazione positiva con gli altri. Ognuno si potrebbe fare domande incalzanti: «Leggo molto? Vado al teatro? E al cinema?». Oppure: «Quando vado al cinema, che film scelgo?». Non esiste una forma divertimento sicuramente arricchente, dipende dal contenuto. Stare su Facebook troppo tempo non è salubre, si dice, probabile, ma ancora di più della quantità del tempo conta la qualità: «Quando sto su Facebook cosa faccio?». Questa è la domanda più importante, perché se uso Facebook per un gruppo di acquisto solidale sarà un altro mondo rispetto a usarlo per insultare qualcuno.

Serata con gli amici, dove si va? A casa di qualcuno, cinema, teatro, ristorante, bar, pub, discoteca? Dovete sapere che quest’ultima è in crisi nera, e non solo nelle marche, e non solo in Italia (leggi qui l’articolo di AgenSir). E, pensandoci, è il luogo tra quelli citati più preconfezionato e rigido: ti devi vestire in un certo modo, sennò non entri, si ascolta un certo tipo di musica, e basta. Forma di divertimento tra le più omologanti, ma non per forza chi ci va è omologato, torniamo sempre alla solita domanda: «Come ne fruisco?».

La domanda più importante da porsi è: «Come ne fruisco?»

nanni3Al tempo dei social nessuna ragazza e nessun ragazzo si negherebbe una serata in discoteca dove è ormai prassi il fotografo che gira per il locale e ti ritrae allegro e in tiro, pronto a raccogliere i “mi piace” del giorno dopo. Ma il fatto che le discoteche, nelle nostre zone come altrove, siano sempre meno e sempre meno prese d’assalto, dimostra che quello del prodotto discoteca è un uso più fugace del passato. Sono pochi quelli che ci vanno sempre, aderendo completamente allo stereotipo. Sono tanti quelli che ci vanno poche volte o solo una volta, mettendosi in tiro una tantum.

Abbiamo una generazione di giovani che subiscono un diluvio di offerte di forme di divertimento compulsivo, tanto che trovo eroico che riescano a resistervi. La tendenza a vedere in negativo non dà il giusto merito a questa “resistenza”: ci si lamenta di una generazione che passa le sue giornate con gli occhi fissi sullo smartphone, ma non ci si accorge che quegli stessi ragazzi sono spesso più attivi, costruttivi, esperenziali degli adulti che li biasimano.

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