C’è un ricco repertorio di canti per lo scambio della pace.
«Nel Signore io ti do la pace. Pace a te, pace a te!».

«Ti do la pace perché ci credo. Ti do la pace perché la vivo…».

«Pace sia, pace a voi”:  la tua pace sarà sulla terra com’è nei cieli…».

Lo scambio della pace è divenuto un momento di grande fermento, tutti attendono di poter stringere mani circumnavigando per tutta la chiesa e oltre. Di conseguenza l’animatore liturgico-musicale è sempre pronto a scattare per dare l’attacco ad un bel canto di festa che accompagni e sonorizzi questo gesto.

Però…
C’è un però grande-grande: non è previsto nessun canto al gesto dello scambio della pace e il pellegrinare urbi et orbi scambiando baci e abbracci non è granché liturgico.

Segue il rito della pace, con il quale la Chiesa implora la pace e l’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana, e i fedeli esprimono la comunione ecclesiale e l’amore vicendevole, prima di comunicare al Sacramento.
Spetta alle Conferenze Episcopali stabilire il modo di compiere questo gesto di pace secondo l’indole e le usanze dei popoli. Conviene tuttavia che ciascuno dia la pace soltanto a chi gli sta più vicino, in modo sobrio. (Ordinamento Generale del Messale Romano n.82)

Papa Benedetto XVI nell’Esortazione Apostolica post-sinodale “Sacramentum caritatis” (22 febbraio 2007)  scrive:
L’Eucaristia è per sua natura Sacramento della pace. Questa dimensione del Mistero eucaristico trova nella Celebrazione liturgica specifica espressione nel rito dello scambio della pace. Si tratta indubbiamente di un segno di grande valore (cfr Gv 14,27). Nel nostro tempo, così spaventosamente carico di conflitti, questo gesto acquista, anche dal punto di vista della sensibilità comune, un particolare rilievo in quanto la Chiesa avverte sempre più come compito proprio quello di implorare dal Signore il dono della pace e dell’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana. La pace è certamente un anelito insopprimibile, presente nel cuore di ciascuno. La Chiesa si fa voce della domanda di pace e di riconciliazione che sale dall’animo di ogni persona di buona volontà, rivolgendola a Colui che « è la nostra pace » (Ef 2,14) e che può rappacificare popoli e persone, anche dove falliscono i tentativi umani. Da tutto ciò si comprende l’intensità con cui spesso il rito della pace è sentito nella Celebrazione liturgica. A questo proposito, tuttavia, durante il Sinodo dei Vescovi è stata rilevata l’opportunità di moderare questo gesto, che può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell’assemblea proprio prima della Comunione. È bene ricordare come non tolga nulla all’alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio facendo in modo di limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino. (Sacramentum caritatis n.49)

Con questo documento Benedetto XVI ha incaricato la Congregazione per il Culto Divino e la Discina dei Sacramenti di approfondire la questione e ne è scaturito un documento ufficiale: la Lettera circolare “L’espressione rituale del dono della pace nella Chiesa” (7 giugno 2014).

A ogni modo, sarà necessario che nel momento dello scambio della pace si evitino definitivamente alcuni abusi come:
– L’introduzione di un “canto per la pace”, inesistente nel Rito romano.
– Lo spostamento dei fedeli dal loro posto per scambiarsi il segno della pace tra loro.
– L’allontanamento del sacerdote dall’altare per dare la pace a qualche fedele.
– Che in alcune circostanze, come la solennità di Pasqua e di Natale, o durante le celebrazioni rituali, come il Battesimo, la Prima Comunione, la Confermazione, il Matrimonio, le sacre Ordinazioni, le Professioni religiose e le Esequie, lo scambio della pace sia occasione per esprimere congratulazioni, auguri o condoglianze tra i presenti. (Lettera circolare “L’espressione rituale del dono della pace nella Chiesa” n.6 lett. C)

Chiariamo la questione a livello ordinamentale: è un documento della Chiesa e va seguito e rispettato. Nella lettera circolare si  richiama a comportamenti più sobri, meno “espansivi” e girandoloni. Che sia pace, pace vera; non solo il modo per sgranchirsi le gambe o lanciare pacche sonore sulle spalle o stritolare mani.
E tutti i nostri “canti per la pace”? Li lasciamo per altri momenti di festa. Ritengo che sia una buona opportunità per rivalutare, invece, il canto alla frazione del Pane (conosciuto anche come “Agnello di Dio“) col quale, al termine della litania, chiediamo che ci venga donata la pace (“dona nobis pacem“).

Il sacerdote spezza il pane eucaristico, con l’aiuto, se è necessario, del diacono o di un concelebrante. Il gesto della frazione del pane, compiuto da Cristo nell’ultima Cena, che sin dal tempo apostolico ha dato il nome a tutta l’azione eucaristica, significa che i molti fedeli, nella Comunione dall’unico pane di vita, che è il Cristo morto e risorto per la salvezza del mondo, costituiscono un solo corpo (1 Cor 10,17). La frazione del pane ha inizio dopo lo scambio di pace e deve essere compiuta con il necessario rispetto, senza però che si protragga oltre il tempo dovuto e le si attribuisca esagerata importanza. Questo rito è riservato al sacerdote e al diacono.
Il sacerdote spezza il pane e mette una parte dell’ostia nel calice, per significare l’unità del Corpo e del Sangue di Cristo nell’opera della salvezza, cioè del Corpo di Cristo Gesù vivente e glorioso. Abitualmente l’invocazione Agnello di Dio viene cantata dalla schola o dal cantore, con la risposta del popolo, oppure la si dice almeno ad alta voce. L’invocazione accompagna la frazione del pane, perciò la si può ripetere tanto quanto è necessario fino alla conclusione del rito. L’ultima invocazione termina con le parole “dona a noi la pace”. (Ordinamento Generale del Messale Romano n.83)

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