Caravaggio, Vocazione di san Matteo

La Parola di oggi
I farisei e gli scribi sono chiusi nel loro mondo di “puri”, mentre Gesù chiama al suo seguito delle persone che tutti disprezzano: beve e mangia con i pubblicani e i peccatori. I primi escludono, alzano barriere. Gesù costruisce, manifestando così l’autentico volto di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca (5,27-32)
Dopo ciò Gesù uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi».

Una storia per pensare
Il giovane nipote, che stava per celebrare il proprio matrimonio, andò con la fidanzata a trovare i nonni, che avevano da poco celebrato 50 anni di nozze. Il giovane sentì subito il desiderio di chiedere al nonno quale fosse il segreto di un matrimonio così duraturo. Il vecchio signore chiuse un attimo gli occhi e poi, come ripescando nella memoria un ricordo lontano, raccontò. «Paola, tua nonna, era l’unica ragazza con cui fossi mai uscito. Ero cresciuto in una famiglia povera e avevo sempre lavorato duro per ottenere quel poco che avevo. Non avevo mai avuto tempo di uscire con le ragazze, finché vidi lei e mi innamorai. Prima ancora di rendermi conto di quello che stava accadendo, l’avevo chiesta in moglie. Eravamo così giovani, tutti e due. Il giorno delle nozze, dopo la cerimonia in chiesa, il padre di Paola, il tuo trisnonno, mi prese in disparte e mi diede in mano un pacchettino. Disse: “Ecco il segreto di un matrimonio felice”. Nella scatola c’era un grosso orologio d’oro. Lo sollevai con cautela. Mentre lo osservavo da vicino, notai un’incisione sul quadrante: era un’esortazione molto saggia e l’avrei vista tutte le volte che avessi controllato l’ora». L’anziano nonno sorrise e mostrò il suo vecchio orologio. C’erano delle parole un po’ svanite, ma ancora leggibili incise sul quadrante: «Di’ qualcosa di carino a Paola». Di’ qualcosa di carino alla persona che ami. E cerca di farlo spesso…

Alla Scuola della Misericordia
L’umiltà è profondamente legata alla seconda virtù necessaria a essere misericordiosi che è la pazienza. I veri atti di misericordia infatti si possono compiere soltanto se ci lasciamo guidare sostenere dalla pazienza. Innanzitutto la pazienza verso noi stessi, perché è proprio sul terreno della misericordia che scopriamo con chiarezza quanto i limiti dei nostri difetti riemergano continuamente. Provando a vivere la misericordia nel concreto della vita ci confrontiamo direttamente con le nostre fragilità e l’unica via d’uscita che in questo caso ci resta è avere pazienza con noi stessi. La via della santità non è impossibile da percorrere, ma si illude chiunque pensasse di percorrerla in fretta. Mano a mano che impariamo a usare la medicina della pazienza nei confronti dei nostri limiti impariamo a conoscere le dosi e le modalità di applicazione di questo farmaco prezioso, tanto da diventare sempre più capaci di usarlo nei confronti degli altri. Chi impara la pazienza verso i propri limiti, è sulla buona strada per scusare e perdonare i limiti e i difetti dei fratelli. È una strada lunga e tortuosa ma che può andare lontano. I santi, i grandi maestri della pazienza, sono stati capaci di perdonare con generosità addirittura i limiti ed i difetti dei propri nemici.
Un piccolo segreto della via della pazienza è nascosto nella capacità di guardare con attenzione a tutto il bene che c’è attorno a noi. Chi guarda troppo attentamente i difetti e gli errori propri e altrui ne sente tutto il peso e non riesce a sopportarli: il segreto della pazienza è uno sguardo buono.

+ Nazzareno, vescovo

(Testo tratto da: Nazzareno Marconi, Verso la Pasqua 2016)

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