Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini della tragedia di Sambucheto. Il pensiero arretra dinanzi all’abisso che ha inghiottito Laura inducendola ad alzare una mano omicida sul povero piccolo Giosuè e subito dopo su se stessa.

Francesca Cipolloni ha già dato voce qui allo sgomento che ha colpito tutti e in misura ancora più devastante la comunità cui le vittime appartenevano. Si stenta davvero a ritrovare il fiato. Ed è giusto che sia così. Il tarlo delle domande: «Come si può arrivare a tanto?», «Avremmo potuto fare qualcosa per evitarlo?» deve continuare a rodere dentro di noi per farci guardare con maggiore sensibilità attorno, per essere più attenti a cogliere le situazioni di disagio, per restare vicini offrendo accoglienza anche a chi ci sembra prenda vie traverse. Sono attenzioni che ciascuno di noi deve applicare, ma che interpellano anche la comunità cristiana e le istituzioni civili.

Le risposte date finora non bastano più; bisogna, con umiltà e consapevolezza dei propri limiti ma senza pigrizie, riconsiderare strategie e programmi per orientarli a intercettare le situazioni di disagio e provare a elaborare risposte, ciascuno nel proprio ambito. «Nessuno va lasciato solo» non può essere confinato a slogan suggestivo; va coniugato, pur con tutta la fatica che può comportare.

È forse inevitabile, peraltro, che vicende come quella di Laura inducano a rimestare nel calderone delle polemiche su famiglia, unioni di fatto, figli contesi…, però pare difficile trovare in questo caso un senso: chi può pensare che normative diverse avrebbero influito sul disagio lacerante di una persona?

Lo smarrimento, la fragilità, la perdita di ancoraggi a valori e relazioni forti sono patologie che nel nostro tempo si sono accentuate precipitando molto più spesso che non in passato in episodi drammatici. È colpa della “famiglia tradizionale” – quella peraltro disegnata dalla nostra Costituzione: «Società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29) –? o piuttosto questa resta la terapia potenzialmente più efficace contro tanto mal di vivere contemporaneo?

Non si tratta di sindacare le libere scelte personali, di giudicare stili di vita, unioni, legami, di non riconoscere diritti legittimi. Non bisogna però neppure rinunciare a ragionare, arrendendosi al mantra del «lo vuole la modernità», dell’«in Europa siamo rimasti solo noi».

Come non ritenere che l’incancrenita assenza di sostegno alle famiglie con figli (in questo caso sì, a differenza del resto d’Europa) sia uno degli ingredienti che contribuiscono allo sgretolamento di rapporti, all’incubare tensioni, all’indebolimento del tessuto sociale, preludi a tante tragedie?

Sia chiaro: nessuno pensa che politiche familiari più attente e generose metterebbero al riparo dal ripetersi di sciagure come quella di Sambucheto, ma adottarle indicherebbe che il nostro Paese non è più indifferente nei confronti del dilavamento dei rapporti umani prodotto dall’individualismo imperante nel nostro tempo. Che l’unica famiglia in cui la reciprocità del maschile e femminile può aprirsi all’avere e non al fare figli è l’ambiente potenzialmente più favorevole per lo sviluppo della vita e per il rafforzamento della società.

Se si riconosce questa positività sostanziale, i problemi che si riscontrano diventano realtà da affrontare in vista di una risoluzione, non pretesti per buttare il bambino con l’acqua sporca. Ripeto: la famiglia è la cura, non la malattia.

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