Ammetto di essere andato al cinema quasi per dovere. Sono talmente pochi i film che partono dichiaratamente da una posizione di credenti, che meritano comunque sostegno. In una realtà cinematografica dove la scelta contraria e magari lo sbeffeggiamento dei sentimenti religiosi, assicurano già metà successo. Ma mi aspettavo una difesa ideologica della fede. Invece ne è valsa proprio la pena vedere il film «God’s not dead».

Tra i vari spunti interessanti (tra cui un giudizio implicito su come affrontare l’Alzheimer, che esula dalla questione centrale del film), né voglio sottolineare solo un paio, senza entrare troppo nella trama. Innanzitutto il richiamo che il pastore fa al ragazzo che decide di accettare la sfida del professore (figura molto attuale anche nel nostro panorama, a partire dal piacione di Odifreddi a scendere fino a saccenti dicitori di scienza e filosofia delle nostre università e scuole che vogliono dimostrare che Dio non c’è, sbeffeggiando chi crede) di dimostrare che Dio non è morto: «non ti preoccupare di mostrarti intelligente, ma di affermare la verità». Pur affrontando seriamente la questione, andando a leggere libri su libri, lo studente al primo anno accetta di mettere a rischio addirittura il suo futuro  «perché Gesù è mio amico» (come risponde allo studente cinese che gli chiede perché lo fa). Queste due citazioni tolgono di mezzo ogni sospetto di ideologismo o di spirito di rivalsa e presunzione, come pure potremmo rischiare nel difendere la nostra posizione. Non è invece una posizione da difendere, è affermare la verità di un’amicizia incontrata e presente. Allora le citazioni bibliche, dei filosofi, degli scienziati, servono a documentare, non sono il contenuto essenziale. Difendere un’amicizia chiede di rischiare, anzi l’amicizia non è vera se non supera la fatica del sostenerla. Dio non è morto perché ha degli amici che lo riconoscono presente ora. Certo, è gioco dialetticamente facile per lo studente smascherare il professore: che senso ha avercela con un Dio che non esiste? Ha accettato il terreno della sfida imposto dal professore, ma ciò che smuove gli altri è proprio l’aver difeso un’amicizia.

La seconda sottolineatura mi deriva dai titoli di coda, che stranamente ho scorso, lasciando per ultimo la sala. Diversi minuti di citazioni di situazioni reali verificatesi in America, in cui si è tentato di mettere violentemente a tacere la fede, imponendo una posizione atea. Il film parte da situazioni vere. In America? Da noi non è forse ancora così esplicito, ma facciamo attenzione alle volte in cui si vuole sottolineare la laicità, dello stato, della scuola… traendo la conclusione che non c’è spazio per una posizione di fede. Ai dibattiti magari su temi etici, in cui si chiede all’interlocutore se è cattolico, facendo intendere che in tal caso il suo giudizio, anche se puramente tecnico, vale meno. Il laicismo e l’ateismo come unica posizione accettabile, unica “religione di stato”. Siamo consapevoli di questa deriva. Ma ciò che conta è essere affascinati da chi mostra che vale la pena rischiare per difendere un amico.

Ecco perché, secondo me, vale proprio la pena vedere il film.

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