Una follia andare in guerra

(Foto Sir)

Che fare per evitarla? Occorre un dialogo tra le diverse componenti, quelle a base regionale e quelle a base tribale, e coinvolgere nella soluzione della crisi l’Algeria e l’Egitto. 

di Giulio Albanese (*)

Lanciare una guerra contro la Libia nel 2011, con la ridicola pretesa anglo-francese di portarvi “la democrazia”, è stato un errore madornale. Sta di fatto che dopo la caduta di Gheddafi, il Paese è imploso scadendo nell’anarchia, con una galassia di formazioni armate che si contendono il controllo del territorio. La pluralità di attori sul campo, naturalmente, aumenta a  dismisura i rischi che si creino roccaforti o califfati, cioè luoghi alla mercé di formazioni criminali prive di qualunque legittimazione.

E ora cosa vogliamo fare? Mandare dei nostri soldati lì? Fossero anche reparti scelti, rischiamo davvero di fare disastri. Intendiamoci: non possiamo rimanere indifferenti rispetto a quel che accade in questo Paese mediterraneo. Ma attenzione: questo non significa ripetere gli errori già commessi in Somalia e in Iraq. Il problema di fondo è che purtroppo la diplomazia, a livello planetario, fa acqua da tutte le parti. Dalla fine del regime di Gheddafi, non ho mai smesso di sostenere il principio dell’apertura di un dialogo tra le diverse componenti, quelle a base regionale e quelle a base tribale, il governo – i governi, i gruppi armati.

Purtroppo, nel frattempo, abbiamo perso tempo, troppo tempo! Il buon senso suggerisce che occorre coinvolgere maggiormente nella soluzione della crisi libica le due potenze laiche regionali: Egitto e Algeria. Inoltre l’Europa deve davvero mettersi in testa che entrare militarmente in una partita così confusa potrebbe avere delle conseguenze gravissime.
Alla fine, è bene rammentarlo, saranno comunque le varie fazioni libiche a decidere il futuro del proprio Paese. Da questo punto di vista, la comunità internazionale dovrebbe preparare il terreno perché siano i moderati ad affermarsi, soprattutto nei confronti delle formazioni jihadiste radicali legate all’Isis.

Quest’ultima deve parte del suo arsenale al saccheggio dei depositi di armi e munizioni del disciolto esercito di Gheddafi, ma riceve sostegno anche dai salafiti. Infatti, le “petromonarchie” del Golfo non sono estranee a quanto sta avvenendo in Libia, per non parlare del Sudan. Proprio da questo Paese, secondo fonti indipendenti della società civile sudanese, partirebbero convogli destinati all’Isis.

Una cosa è certa: nessuna regola del diritto internazionale autorizza uno o più Stati (incluso il nostro) a ricorrere unilateralmente all’uso della forza per cambiare un regime o la forma di governo di un altro Stato. Solo il Consiglio di sicurezza dell’Onu potrebbe, a motivo di circostanze particolari, decidere che certi fatti o accadimenti costituiscono una minaccia contro la pace, ma questo non significa che il ricorso alla forza sia, per lo stesso Consiglio di sicurezza, la sola risposta adeguata. Dulcis in fundo, esprimo il mio cordoglio per la morte dei nostri due connazionali diramata stamane. Come anche  tante vittime civili libiche spesso ignorate dalla nostra stampa.

(*) Fonte: «Città Nuova» online

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