La Parola di oggi
Di fronte ai giudei Gesù afferma con sovrana libertà la coscienza che ha di se stesso. Quest’uomo, nato da donna, osa affermare che è esistito prima di Abramo, nel quale Israele vedeva la sua origine. Di più, egli esprime la propria identità, riprendendo le stesse parole con le quali Dio si era fatto conoscere da Mosè: Io sono.

Dal Vangelo secondo Giovanni (8,51-59)
In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte». Gli dissero i Giudei: «Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò». Gli dissero allora i Giudei: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

Una storia per pensare
Il settimo giorno, terminata la Creazione, Dio dichiarò che era la Sua festa. Tutte le creature, nuove di zecca, si diedero da fare per regalare a Dio la cosa più bella che potessero trovare. Gli scoiattoli portarono noci e nocciole; i conigli carote e radici dolci; le pecore lana soffice e calda; le mucche latte schiumoso e ricco di panna. Miliardi di angeli si disposero in cerchio, cantando una serenata celestiale. L’uomo aspettava il suo turno, ed era preoccupato. «Che cosa posso donare io? I fiori hanno il profumo, le api il miele, perfino gli elefanti si sono offerti di fare la doccia a Dio con le loro proboscidi per rinfrescarlo…». L’uomo si era messo in fondo alla fila e continuava a scervellarsi. Tutte le creature sfilavano davanti a Dio e depositavano i loro regali. Quando rimasero solo pochissime creature davanti a lui, la chiocciola, la tartaruga e il bradipo poltrone, l’uomo fu preso dal panico. Arrivò il suo turno. Allora l’uomo fece ciò che nessun animale aveva osato fare. Corse verso Dio e saltò sulle sue ginocchia, lo abbracciò e gli disse: «Ti voglio bene!».
Il volto di Dio si illuminò e tutta la creazione capì che l’uomo aveva fatto a Dio il dono più bello.

Dar da bere agli assetati
Anche quest’opera di misericordia va meditata nella profondità di tutto il suo significato. Non si tratta di un insegnamento marginale, risolvibile in un bicchiere d’acqua. L’acqua nella Bibbia rappresenta l’elemento più prezioso per l’uomo e per la sua sopravvivenza, in definitiva la stessa vita. Dar da bere agli assetati acquista, allora, il significato di rendersi custodi della natura e promotori della vita: un orizzonte ampio, che avvolge la vocazione dell’uomo e il destino dell’intero pianeta.
Questo atto d’amore rivolto innanzitutto alla società che ci circonda ci chiama perciò a renderci coscienti del valore della vita. Dare la vita, difendere la vita, creare e tutelare spazi in cui la vita sia possibile e bella. Tutto questo costituisce un modo concreto di vivere oggi quest’opera di misericordia. Nella Bibbia l’immagine opposta all’acqua sorgente di vita è costituita dal deserto. Coloro che non si impegnano per creare positivi spazi di vita fanno avanzare i deserti e molte delle nostre città sono oggi più simili a deserti che a oasi di vita. Il cardinale di Napoli ha descritto così il deserto della città che non accoglie la vita. «Il deserto: così appare la nostra città quando, anche per i ricorrenti fenomeni di macro e microcriminalità, diventa invivibile e, talvolta, inospitale: luogo di emarginazione, esclusione, ghettizzazione, violenza. Luogo dove sempre più spesso s’incontrano barboni, indigenti, sventurati, sbandati e delinquenti. Luogo dove pur esiste la cultura dello scarto: bambini, ammalati e anziani abbandonati a sé stessi, uomini e donne senza casa, senza lavoro, senza speranza. La città diventa così come un deserto, una distesa arida e desolata, un territorio indifeso. Mediante un processo di progressivo impoverimento, spariscono le attività produttive, si inquina il territorio, si dissolvono quasi le testimonianze della civiltà per fare spazio al vuoto umano e sociale, alla criminalità».
I cristiani sono chiamati a lottare con impegno contro la desertificazione delle nostre città e della nostra convivenza sociale. Forse non possiamo fare molto, ma ognuno può fare qualcosa.

+Nazzareno, vescovo

(Testo tratto da: Nazzareno Marconi, Verso la Pasqua 2016)

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