All’orizzonte montagne che paiono sospese nel cielo e la marina che si scorge remota, la campagna verdissima, coltivata a giardino, vibra d’una luce speciale. Forse perché autentico cuore della Marca, quello su cui s’adagia la Diocesi è un territorio incantato, dai mille volti e ognuno irripetibile, fin dall’antichità profondamente plasmato dall’esperienza cristiana. A un viaggiatore che escluda la fretta, lo stesso paesaggio comunica spiritualità: strade poetiche tra querce secolari, colline disegnate con mano d’artista che ispirarono l’Infinito leopardiano, dolci colli che rotolano con forme rigonfie verso l’Adriatico, e su ognuna una città medievale e rinascimentale, paesi turriti, dorati al tramonto, castelli, casolari o antiche pievi. Opera di Dio e opera dell’uomo, una profonda corrispondenza vissuta da generazioni di santi e magari contemplata da tanti pellegrini che percorrevano – e percorrono – il selciato della Via Lauretana.

A Recanati, dove tutti i luoghi leopardiani ancora riecheggiano i versi altissimi, da non perdere la cattedrale di S.Flaviano e il ricco Museo Diocesano, oltre a S.Maria di Castelnuovo, dal magnifico portale romanico, e una calma contemplazione dei capolavori di Lorenzo Lotto, che come pochi altri seppe tradurre il Vangelo nella luce del colore.

Lungo la valle del Potenza l’abbazia di Rambona, sorta nel IX secolo su un sito di culto pagano, è tutta raccoglimento e preghiera, con le tre gonfie absidi e la strabiliante cripta, fiorito giardino di pietra a narrare del santo monaco Amico. Poi l’abbazia di S.Firmano, anch’egli sepolto in una cripta dalla rara suggestione. Chiese immerse nella mistica penombra romanica, gravide d’una grazia sperimentabile e attingibile.

A Macerata, accanto alla minuscola pur meravigliosa Basilica di Santa Maria della Misericordia, la cattedrale di San Giuliano conserva il lino trecentesco del miracolo eucaristico e un trittico di Allegretto Nuzi. Poi le splendide chiese barocche, prima fra tutte l’ellittica e rutilante San Filippo. Ai limiti della campagna s’innalza la cupola del bramantesco santuario di Santa Maria delle Vergini.

Una sorpresa continua, inesauribile. Non ci sono vuoti, ogni epoca ha lasciato il segno, ogni paese, ogni scorcio di campagna rivela una costellazione di chiese, abbazie romaniche, santuari, conventi, e poi affreschi e polittici sfavillanti, testimonianze storiche e tradizioni a non finire. Ogni pietra, quasi ogni mattone nei secoli ha visto piccole e grandi vicende di santità e fede. Come a Forano che, dopo il passaggio di san Francesco, divenne centro nevralgico della Terra dei Fioretti.

A Treia l’anima s’innalza nella chiesa cistercense di San Michele, nel magico quartiere longobardo dell’Onglavina. In campagna un santuario liberty sostituisce l’antica pieve per onorare un crocifisso ligneo quattrocentesco, immagine di profonda bellezza.

A Cingoli decine di chiese sparse nel territorio risalgono al IX–X secolo. Luoghi del tutto speciali come l’abbazia di Sant’Esuperanzio, il monastero di Santa Sperandia, donna straordinaria del Duecento, la chiesa barocca di San Filippo, la selvaggia valle con le memorie di San Bonfiglio, l’eremo rupestre di Sant’Angelo. Luoghi che, a chi presta attento ascolto, possono ancora ripetere dialoghi ineffabili, eco di fecondi silenzi.

A Tolentino lo splendido santuario di San Nicola, il frate agostiniano della carità gioiosa, col chiostro romanico e il Cappellone interamente affrescato nella sinfonia dei colori di scuola giottesca. Ma la città riserva altri cento scrigni d’arte, uno per tutti la cattedrale di San Catervo, prefetto romano che riposa nel bellissimo sarcofago del IV secolo. Chiaravalle di Fiastra dona l’esperienza d’un monachesimo vivo, per il fascino intatto che tutti gli ambienti dell’abbazia cistercense ancora emanano, dalla chiesa sobria e solenne coi due rosoni lobati, alla sala del capitolo, alla selva che si estende sulla collina.

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