Luigi Rocchi, il Venerabile servo di Dio

Il tolentinate affetto da distrofia muscolare progressiva morì il 26 marzo del 1979: il 3 aprile 2013 il riconoscimento di papa Francesco

Il 3 aprile del 2013, papa Francesco dichiarava Venerabile in Servo di Dio Luigi Rocchi, morto a 47 anni, il 26 marzo del 1979, a Tolentino, dopo averne passati 27 immobile su di un letto. In quel letto vi era stato confinato fin dall’età di 19 anni dalla distrofia muscolare progressiva, o «morbo di Duchenne». Sei anni dopo decide di “cedere” e di iniziare a pregare dopo una visione che gli cambia la vita: Luigi vuole vivere il resto della sua esistenza per consolare i “crocifissi vivi” come e più di lui.

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Luigi Rocchi

Lo farà ricevendo la gente nella sua camera e scrivendo anche 20 lettere al giorno. Il suo postulatore, don Rino Ramaccioni, ha infatti raccolto dagli amici oltre 1.700 fotocopie di lettere inviate da Rocchi. La Causa di Beatificazione in Diocesi di Macerata è iniziata nel 1992; dal 2002 in Vaticano è pronta la “positio” (di 800 pagine). Si attende un miracolo.

Da alcuni anni il suo corpo riposa nella cappella dedicata a San Catervo nella Concattedrale di Tolentino.

 

Di seguito, alcuni suoi pensieri dedicati alla felicità e alla gioia di vivere:

«La vita è bella, ma proprio tanto».

«Vivere è straordinario, soprattutto quando si è una buona antenna».

«La mia minuscola esistenza la sento proprio un niente, ma un niente visitato da Dio. Egli ha un suo modo di farsi in me più intimo di me stesso. E la sete insaziabile del mio cuore è Lui che me l’accende, perché Egli è sceso alle radici del mio animo. E posso cantare col salmista: “Come la cerva anela alla fonte dell’acqua, così il mio animo anela a Te, mio Dio”.
È questa sete di Vita e di Amore la mia vera, duratura, gioiosa primavera, la mia vera forza e salute. Se non l’avessi, allora sì mi sentirei tristemente ammalato!».

«La gioia è possibile, se ci si accosta un po’ al Signore».

«Credo che veramente amo la vita anche in queste condizioni, perché la vita la trovo piena di interesse e ci sono momenti di gioia. Dico momenti, perché pretendere di essere ogni ora felice è veramente sciocco. Poi non mi piacerebbe essere sempre “beato”. Vivo lottando e sperando, e amando tutti e tutto. Fino ad ora ho imparato che l’unica cosa che conti è l’amore, che è davvero l’unica verità e l’unica realtà degna di essere vissuta».

«Offro questa mia povera sofferenza: goccia di rugiada in un insignificante filo d’erba che sono io».

«Si tribola, ma nella sofferenza la gioia non manca. Sembra un paradosso, ma tutto in Dio pare paradosso. Non dà egli la Sapienza agli ignoranti? La Forza ai deboli? La Pazienza agli irrequieti? Il buon Dio sa quello che fa».

«Se guardo gli occhi innocenti di un bambino, vi leggo un “quinto Vangelo”, che riassume tutti gli altri. Come è bello vedere il paradiso negli occhi dei bambini!».

«Le domande sono state molte, ma una mi è sembrata sciocca. Quella in cui mi si chiede se sono felice. Non doveva chiedermi se sono felice, ma piuttosto cosa faccio io per la felicità degli altri».

«Non si può essere felici da soli. Se mai quel visitatore poteva chiedermi se sono lieto. La letizia nasce dal fare tutto ciò che mi è possibile perché nel mondo ci sia meno dolore, meno disperazione, meno cattiveria, egoismo e solitudine».

«Fa bene sentirsi della simpatia attorno, del calore umano, specie nei momenti di più dura sofferenza. Io soffro molto, al limite dell’umano. Però non amo parlare della mia sofferenza. Se c’è una cosa che detesto è la lagna. Io invece vorrei solo donare gioia, tanta gioia, vorrei vedere il sorriso attorno a me. Il sorriso degli altri mi riscalda il cuore».

«La salute è una bella cosa. Io non l’ho mai conosciuta, ma lo vedo attraverso gli altri, quale cosa meravigliosa è la salute. Ma la vita è sempre dono. La felicità di vivere, di essere, non dipende da nient’altro che dall’amore, e questo non mi fa difetto, per bontà di Dio».

«La gioia è possibile, è possibile la speranza perché il Signore ci ama, siamo noi che non sappiamo amarci».

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