Agrà: una folgorante e geniale intuizione artistica

A Macerata, presso Palazzo Galeotti, fino al 16 maggio, una mostra riscopre il movimento artistico grazie alle opere di Sante Monachesi

L'Universo Agrà (1968): oltre a Monachesi, secondo da sinistra, sono riconoscibili: Lamberto Massetani, Silvio Craia, Giorgio Cegna, Sandro Trotti e Wladimiro Tulli

«Se non son matti non ce li vogliamo!». È una frase ricorrente che qui nelle Marche, terra di grande sensatezza, ha sempre goduto di molto favore. Espressione ambigua, di scandalo e compiacimento insieme, che sembra introdurre ed auspicare una categoria evidentemente ritenuta anch’essa necessaria, non foss’altro come antidoto alla noia del troppo buon senso. Detta in dialetto suona certamente meglio, ma si limita ad un uso solo “domestico”, più confidenziale e ristretto. Essa, la frase, avrebbe potuto essere il motto, o un sottotitolo del movimento artistico “Agrà” o “AGRÀma”, dove AGRÀ sta per “Agravitazionale” e “ma” per Macerata, fondato appunto da un nostro illustre concittadino artista, Sante Monachesi, con la collaborazione di Silvio Craia e Giorgio Cegna, adepti e primi discepoli di tanto maestro.

Si impose negli anni ’60 come movimento artistico contestatario e di rottura: in realtà aveva fondamenti filosofico-poetici alquanto equilibrati e lungimiranti, e ben chiaro sin d’allora il concetto di audience. Le cose normali sono di nessun effetto, quelle manifestamente strambe sono invece di gran richiamo: c’è dietro a questa logica tutto l’estro inventivo ed energetico di Monachesi, traduttore, anche in questo caso, del lascito futurista. Il concetto della agravitazionalità richiamava un’idea di distacco dalle cose grevi e ordinarie, che avvinghiano e si lasciano schiavizzare dal mondo.

Dunque una liberalizzazione esente dal pensare comune, da quel certo buon senso, appunto, che spesso altro non è che normalizzazione di egoismi e di vanità dominanti. Riflettendoci su, la pazzia degli Agrà è la stessa dichiarata da san Paolo, sebbene, nel loro caso, del tutto estranea a ragioni di fede, in un’accezione più limitata e mondana; l’orientamento trascendente si limitava ad un afflato idealistico e civile riguardante l’arte e i suoi effetti, ma anche la politica, l’economia, il costume e quant’altro. Il pacifismo, la solidarietà tra Paesi, la contestazione del consumismo, erano altri temi di volta in volta affidati all’efficacia apodittica e tautologica (termini dichiaratamente Agrà!) dell’arte.

Il cubo di Baia Domizia (località balneare nei pressi di Caserta, di grande richiamo turistico e mondano all’epoca), oggetto d’arte inventato da Monachesi ma realizzato in gruppo e criticamente spalleggiato da Elverio Maurizi, altro non fu che la materializzazione di tali concetti. Un cubo di legno e tela, grande quanto un capanno da spiaggia, che Monachesi decise di “abitare” qualche ora al giorno, per protesta, sino a quando fosse durata l’occupazione della Cecoslovacchia da parte delle truppe sovietiche. Isolandosi per modo di dire; in realtà giornalisti e fotografi si appostavano per giorni a scrutarne le mosse a distanza ravvicinata, ricavandone ampi servizi da dare in pasto a settimanali di grande tiratura o scandalistici.

La performanceCosì si espresse il critico-poeta Emilio Villa in riferimento al nostro: «Geniale! Geniale! Monachesi è uno scultore geniale. Genio delle irruzioni ideologiche caduche, ma destinate ad altri tempi, a sceneggiature future, acrobazie occhiute… Poi tagliano la corda nell’agravitazionale, e addio, gravitazione». Tutto questo Craia e Cegna, alcuni anni fa, vollero rievocarlo con una mostra a Ripe San Ginesio (il Comune, sede di una ricca collezione di arte contemporanea, se ne fece complice), durata appena una settimana, in ricordo di una stagione artistica breve, ma d’efficacia dirompente. Agrà, come accennato, è senz’altro da considerare una filiazione del Secondo Futurismo, appendice di una storia che ha procurato a Macerata, per tutta la regione e fuori, fama e primato di città attenta e sensibile all’arte d’avanguardia.

Ma di tempo ne è ormai passato, e i colori, quelli fluorescenti dei nostri eroi Agrà, applicati alla realtà attuale appaiono più smorti e ingialliti. Bisognosi certamente di nuove luci e fantasie. Un richiamo esemplare sembra venirci dalla mostra “Monachesi Futuragrà”, visitabile in queste settimane alla Galleria dell’Accademia di BB. AA. di Macerata (Palazzo Galeotti, sino al 16 maggio), dove le opere di Sante, con la freschezza dei colori e l’immediatezza del segno sembrano richiamarci al dovere di una giovinezza da ritrovare.

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