In questi giorni è presente al XXIX Salone internazionale del Libro di Torino, al, padiglione 3, stand P25. E, conoscendolo, c’è da scommettere che la sua verve letteraria, la sua innata capacità di scavare nei fatti, più o meno sensazionali, della vita, tra l’ordinarietà del quotidiano o l’eccezionalità delle notizie, siano condite da un sorriso contagioso.

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Il giornalista e scrittore Umberto Folena

Sì, perchè Umberto Folena, firma di punta del quotidiano Avvenire, dove cura servizi e rubriche spaziando in tematiche di informazione religiosa, costume e attualità, ancora una volta si cimenta in un’impresa culturale destinata a convincere. Tanto snella nella sua formula editoriale, quanto arguta, e capace di conquistare immediatamente l’interesse (e il cuore) del lettore.

In molti ricorderanno Folena come pregevole autore, nel 2008, de «La vera questua. Analisi critica di un’inchiesta giornalistica», il volumetto scaturito dal dibattito suscitato da Curzio Maltese per La Repubblica e dalla successiva pubblicazione del libro «La questua» sui costi della Chiesa cattolica legati, in particolare all’otto per mille. Così come suo, oltre ad altri titoli, è «L’illusione di vincere», il testo incentrato sulla rovinosa piaga sociale della ludopatia, tema più volte affrontato anche tra le pagine dello stesso Avvenire.

Con «Gocce. 77 sorrisi quotidiani» Edizioni della Goccia, con introduzione di Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, già docente di psicopedagogia nell’Università degli Studi di Milano  lo scrittore di origine fiorentina stavolta ci offre uno spaccato leggero e profondissimo al tempo stesso, indagando sul mondo circostante con la sua (mai banale) penna in grado di raccontare le verità della vita. Scrive il direttore Marco Tarquinio nella prefazione: «Questo testo custodisce un piccolo lessico lessico della carne e dell’anima di almeno tre generazioni di italiani». D’altro canto, è lo stesso arguto incipit a svelarci le intenzioni del Folena, quando nel frontespizio rivela che «ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone e cose realmente esistite è puramente intenzionale».

 

13090163_10207708004009560_478001128_nCome nasce l’idea di questa nuova “creatura”, Umberto?
Semplice, è autopsicoterapia. Sono noto per la mia verve pungente e ironica, a volte perfino sarcastica; ingaggio polemiche anche aspre; come quasi tutti i giornalisti, finisco per scrivere di cose “cattive”, di fattacci; e di natura sono un malinconico pessimista. Così ho obbligato me stesso a gettare uno sguardo positivo, ma non dolciastro o buonista, su tutte le cose che sono attorno a noi: persone, oggetti e circostanze. Spero che cambiando il mio comportamento possa cambiare anche il mio atteggiamento. Ho scritto una ventina di libri, tra saggi e biografie, e ho contribuito a varie miscellanee. Ho scritto migliaia di articoli per giornali e riviste. Ma questa è la cosa più bella che abbia mai realizzato. Nessun editore l’ha però voluta, dicendomi che “non sono noto”. Vero, non lo sono e non finirò mai nei supermercati. Intanto Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ha accettato di mettere gli Elogi (come ho chiamato la rubrica) in prima pagina ogni giorno per tre mesi. E poi un’amica scrittrice mi ha fatto incontrare con un piccolo intrepido editore piemontese. Adesso però tocca a voi far vivere le Gocce (ex Elogi). Leggendole.

Settantasette sorrisi quotidiani per vedere – come scrive Tarquinio nella prefazione – «la vita vera della gente»: un “elogio” alle buone notizie per smentire un antipatico luogo comune?
Le buone notizie sono notizie esattamente quanto quelle cattive. Ma quelle cattive hanno più lettori perché ad attrarre è ciò che genera ansia. È così da sempre e sempre sarà così. Se al posto degli Elogi avessi proposto agli editori le Invettive, con adeguate colate di melma addosso a questo e a quello, ho la sensazione che non avrei avuto problemi. Ma la vita è anche fatta di sguardi benevoli e positivi. Del buono e del bello da cercare. Ed è fatta di riconoscenza. Gocce è fatto da 77 “grazie” ripetuti e motivati. La speranza è che io abbia imparato a dire qualche grazie in più. E con me i lettori.

 

Sorriso-Maccalli.

«Carezze», «Candela», «Giro d’Italia»… Ce n’è per tutti i gusti: qual è la “voce” che ti è rimasta più impressa nel cuore e nella penna?
Domanda da non fare! Come quando a un papà chiedi qual è il figlio preferito… Il primo, «Fontanella», è l’anima che chiede spazio, affiora e noi ce ne abbeveriamo, ristorandoci. La metafora non sarà facilissima, ma vi avverto: almeno la metà delle Gocce sono metafore più o meno sottili e consentono letture doppie e anche triple. Le varie voci sono inserite senza un ordine prestabilito: è l’ordine in cui le ho scritte, in base all’estro e all’ispirazione di quando, a notte fonda, mi mettevo alla tastiera. Si possono leggere vagando qua e là. Se fossi un lettore, comincerei dal «Nido». E finirei, naturalmente, con «Gol all’ultimo minuto». Che con il gioco del calcio c’entra molto, ma anche pochissimo.

Di seguito, ripotriamo uno degli “elogi” contenuti nel libro di Folena e intitolato «Vento». A dimostrazione di come, nella semplicità di ogni giorno, possano racchiudersi significati spesso più inediti e intensi di quanto immaginiamo, perchè, come ben annota Scaparro all’inizio del testo, «prestare attenzione alle cose minime dell’esistenza non fa miracoli, ma aiuta a restare vicini a noi stessi, al nostro prossimo e all’intero ambiente dove ci è capitato di vivere».

Alcuni lo detestano.
Provoca loro raffreddori, sinusiti, mal di capo.
Il vento li irrita. Sono pochi ma hanno la nostra
comprensione, anche se dovessero abbandonare
qui la lettura.
Molti altri però lo adorano, il vento. Si fanno
crescere i capelli apposta, con disapprovazione
del barbiere, per sentirseli scompigliare. Il vento
è come la mano della mamma che ti accarezza e
spettina. Allora offrono al vento la faccia, a occhi
chiusi, e il vento porta via tutto, ogni tossina accumulata
sulla pelle e nell’animo, ogni peso che
grava sul cuore.
Soffia forte e ti senti leggero e vorresti esserlo a
tal punto da farti portar via, come una foglia, un
aquilone o un aliante. I bambini corrono nella direzione
del vento allargando le braccia: sono i futuri
aviatori, di una compagnia aerea o semplicemente,
e meravigliosamente, della fantasia. Voleranno
loro e, con i loro racconti, aiuteranno tanti
altri a spalancare le braccia e a volare.
E se proprio queste righe vi hanno lasciato indifferenti
perché agli svolazzi poetici preferite la
bonaccia della prosa, elogiate ugualmente il vento
che sparpaglia le polveri sottili, mette l’aria nel
frullatore e vi fa intravedere all’orizzonte le montagne
remote che la bruma celava.
Cari prosatori, siate imprenditori
nel settore dell’eolico ed elogiate il vento. Così va bene?

vento-spighe

 

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