Dsc_0110-200x300Paolo Piacentini*

«Non tutti sono chiamati a lavorare in maniera diretta nella politica, ma in seno alla società fiorisce una innumerevole varietà di associazioni che intervengono a favore del bene comune, difendendo l’ambiente naturale ed urbano. Per esempio, si preoccupano di un luogo pubblico (un edificio, una fontana, un monumento abbandonato, un paesaggio, una piazza), per proteggere, risanare, migliorare o abbellire qualcosa che è di tutti. Intorno a loro si sviluppano o si recuperano legami e sorge un nuovo tessuto sociale locale. Così una comunità si libera dall’indifferenza consumistica. Questo vuol dire anche coltivare un’idea comune, una storia che conserva e si trasmette. In tal modo ci si prende cura del mondo…». («Laudato si’»)

Da dove ripartire quando una crisi industriale ha ferito nel profondo un territorio che aveva affidato, inconsapevolmente, il suo futuro ad un’unica opzione di sviluppo?  Non ho verità in tasca e non credo che ne abbiano molte i vari esperti che provano a mettere in campo modelli economici e matematici e men che meno i commentatori tuttologi che hanno spazio sul palcoscenico mediatico.

Un dato di fatto è che la crisi è profonda e duratura quindi la soluzione ottimale è quella di prendere piena coscienza della realtà ed ingegnarsi, senza perdere tempo, al fine di provare ad inventarsi un nuovo futuro, senza continuare a piangersi addosso.

Esistono luoghi dove la crisi industriale non ha lasciato macerie, anche se ha distrutto sogni e creato profondo disagio individuale e sociale che inevitabilmente sfocia in rabbia o apatia; territori che hanno conservato un’anima ed un paesaggio storico-culturale e naturale di prim’ordine. Esiste una Regione che ha o può avere queste caratteristiche se solo si attiva, al suo interno, un processo di consapevolezza individuale e collettivo ed il pensiero va alle Marche.

Le Marche, hanno subito, uso volutamente questo termine, uno sviluppo industriale, che per una serie di processi storici ben noti, ha avuto caratteristiche diverse da quello di altre zone del Paese. Il paesaggio agrario delle Marche ha vissuto un abbandono parziale che ha danneggiato comunque i saperi della civiltà contadina, ma preservandone una seppur labile memoria storica da cui è più facile ripartire con una forte innovazione che recupera il valore di un paesaggio unico, in cui l’antico è indispensabile alla carica innovativa del post-moderno.

Il paesaggio naturale è intriso dall’esperienza umana, dalla sua storia e da quel saper fare che è alla base di ogni identità culturale e quando un territorio, come quello delle Marche “interiori”, ha solo bisogno di essere nuovamente esplorato con uno sguardo appassionato e competente per trasmettere una ricchezza stratificata da secoli, allora bisogna uscire dal lungo sonno della crisi e riprendersi la propria storia che è anche spirituale, oltre che materiale.

Ci sono misure economiche statali e regionali che permetteranno di riqualificare i processi industriali in crisi o di inventarsi nuovi progetti in vari campi, tra cui quello del turismo. Ci sono strategie d’area come le «Aree Interne», ci saranno i fondi della nuova programmazione 2014-2012, i distretti culturali, i progetti d’eccellenza e altro ancora; ma l’errore che deve essere evitato è quello di continuare ad ignorare che alla base ci deve essere un processo di riconnessione vitale con il proprio paesaggio, anche interiore. Si deve attivare un processo di quasi alfabetizzazione del nostro rapporto con il territorio in cui non ci deve essere una visione elitaria tra predestinati ed acculturati e chi deve essere educato a questa riscoperta.

Si deve camminare insieme, in parte anche fisicamente e non solo in senso metaforico, per riscoprire i segni vivi del paesaggio che, essendo appunto vivo e dinamico, può dare ad ognuno il proprio senso di appartenenza e determinare quell’approccio esperienziale di cui tanto si parla per le nuove forme del turismo.
Le Marche, questo è il mio pensiero, devono scrollarsi di dosso il timore di essere viste come la sorella minore della Toscana o addirittura come quel limbo geografico affascinante ma gretto culturalmente. Quest’angolo d’Italia della cultura diffusa ( ogni paese un teatro, un coro, una scuola di musica, ecc), dei mille panorami mozzafiato, delle centinaia di conventi e monasteri, dell’artigianato che sembra rinascere con centinaia di start-up, ha un potenziale di risorse creative infinito.

La Regione che vuole puntare al «Buon Vivere», che realizza gli agri-nido, che ha conosciuto la nascita della Città dei Bambini e delle Bambine, che ha visto la nascita dell’esperienza Montessoriana e che negli anni Settanta ha raccolto i sogni di tanti giovani che sono tornati all’agricoltura con straordinario successo; deve credere di più nella vocazione profonda che la caratterizza e la rende unica. La Regione che oggi vuole puntare al turismo slow con i Cammini e le ciclovie, che vuole essere, parafrasando Aldo Bonomi, una grande Smart–Land, ha solo bisogno di fare scelte forti e coerenti che accompagnino quel processo di nuova consapevolezza collettiva che viene prima di ogni grande o piccolo progetto di valorizzazione e promozione, anche il più bello.

La centralità deve essere il paesaggio inteso in un’accezione ampia, come risorsa in divenire in cui si costruiscono nuovi percorsi identitari per le comunità del terzo millennio, in cui anche i meravigliosi centri storici si riconnettono al territorio circostante, sempre più ricco di esperienze di nuova ruralità e che non abbandona completamente l’esperienza industriale che sa essere innovatrice e attenta a alle compatibilità ambientali e sociali. Un paesaggio culturale che sa presentarsi nella sua complessità gestita da una comunità che sa fare rete e che diventa accogliente ed “avvolgente” verso il turista o il “forestiero” perché la sua rappresentazione è autentica. Insomma la scommessa per il futuro è la creazione di itinerari di nuova cittadinanza attiva da costruire in un rinnovato legame con il territorio che non è risorsa da sfruttare ma da curare in quella visione, straordinariamente profetica, di ecologia integrale della «Laudato si’».

La sfida del futuro si giocherà lungo questa linea se si creerà un’alleanza inedita tra istituzioni-cittadini-territorio in cui la centralità dell’interazione dovrà essere la creazione di nuovi presidi identitari fortemente solidali e pienamente consapevoli del valore inestimabile del paesaggio di cui sto raccontando. Una consapevolezza che deve essere profonda perché costruita in un percorso di riappropriazione della conoscenza che deve coinvolgere tutta la comunità. Sono convinto che questo cammino inedito determinerà quella cura ed amore per il territorio che porta con se la gioia e l’orgoglio di appartenere ad una casa comune che va coltivata e preservata.

Infine, è recentissima la notizia che il Ministro ha inserito nel miliardo di fondi per la Cultura anche 60 milioni di euro dedicati ai Cammini. Di questi fondi una parte interesseranno anche la Regione Marche, per ciò che concerne i Cammini Francescani, comprendendo in questi anche la Via Lauretana. Per i Cammini Francescani stessi, la Regione Marche ha già previsto dei finanziamenti nella programmazione 2014-2020 con Fondi Europei. I fondi previsti dal Mibact sono quelli del Fondo di Sviluppo e Coesione, e verranno gestiti con le Regioni.

*esperto in cammini per il Mibact e presidente Federtrek

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