Paola Belletti: “Un figlio prevale sempre sulla malattia”

Grande partecipazione per l'incontro promosso dal Movimento per la Vita di Treia e Appignano

“L’ho fatto raccontando di me, della mia vita dalle tantissime tinte, come quella di tutti, dove c’è il dolore e c’è un’esistenza normale e molto impegnativa”. Inizia dalle motivazioni che l’hanno portata a realizzare il volume “Osservazioni di una mamma qualunque” (leggi qui la presentazione) l’incontro tra la scrittrice Paola Belletti e le comunità di Treia e Appignano. Religiosi e laici, adulti e giovani delle due città riuniti presso l’oratorio di Chiesanuova per dare ufficialmente avvio alla Festa della Vita 2016 (leggi qui l’articolo).

“Ho incontrato la sintonia di tanta gente e ho avuto la fortuna di incontrare un editore che ha voluto pubblicare una scelta di quanto prodotto all’interno del mio blog – ha aggiunto la Belletti -, tant’è che la mia idea, poi “bocciata”, era quella di intitolare il libro “Diario di una cattolica qualunque”. Molte sono state anche le presenze registrate in una struttura strapiena e attenta a cogliere ogni sfumatura dal racconto di quella che, un po’ per tutti, col passare dei minuti, è diventata un’amica, una sorella e, per alcuni versi, anche una preziosa confidente.

La sala gremita dell'oratorio di Chiesanuova di Treia

“Credevo che utilizzando il termine “mamma” non riuscissi a contenere il senso di tutto ciò che avevo scritto – ha poi confidato l’autrice -, ma mi sbagliavo perché, in realtà, per me mamma vuol dire essere, prima di tutto, figlia di genitori ai quali sono molto grata. Inoltre, sono figlia di Dio, sono moglie e sono mamma. Tutti stati, per me, permanenti“. Da lì la sorpresa di essere accolta con entusiasmo nelle varie tappe programmate, invitata in giro per l’Italia. Tutti appuntamenti ricavati “tra i pochi ritagli di tempo che la vita familiare può offrire”.

Quattro figli, tre femmine e un maschio, del quale la Belletti racconta di più, in quanto vittima di una malattia fin dal 5-6° mese che ha lasciato inevitabilmente delle conseguenze anche dopo la nascita. “Mio figlio ha una storia in salita – ha detto -, ma non vale di meno perché è malato. Ma neanche di più: non è “speciale”, anche se richiede maggior cura. Lui ha la stessa identica dignità delle mie altre figlie“.

IMG_20160520_213253Un amore in contrasto con quello che la Belletti definisce “un costume diffuso“, che ha portato la sua famiglia a confrontarsi con chi spingeva affinché decidesse per un aborto: “Per convinzione, per grazia e per educazione, con mio marito abbiamo ribadito la certezza di non aver nessun diritto da esercitare contro nessun figlio. Le altre nostre bambine non sono scampate all’interruzione di gravidanza in quanto sane, ma neanche Ludovico (il nome del bambino) sarebbe nato perché noi, magnanimi, non avremmo deciso diversamente. La persona è persona da subito e abbiamo iniziato a difenderlo da subito“.

IMG_20160520_225255La blogger, autrice anche di articoli per La Croce quotidiano, confida di essere stata “sgridata” da una ginecologa, in quanto “troppo avanti” per i termini legali del cosiddetto “aborto terapeutico”. “Ho capito in quel momento contro cosa stavo lottando – continua la Belletti -, dalla considerazione se valesse la pena o meno farlo nascere. Più di una volta – ha sottolineato – ho dovuto così cambiare più volte ginecologa. Mio figlio, nonostante le sue menomazioni, prevale sempre sulla malattia“.

IMG_20160520_225701Durante le serata promossa dal Movimento per la Vita di Treia e Appignano sono emersi poi alcuni aspetti privati di come tutta la famiglia ha saputo affrontare e si confronta quotidianamente con la malattia e un dolore struggente. L’importante è, secondo la Belletti, riuscire a mantenere “l’identità della coppia” anche oltre le naturali necessità dei figli proprio per provvedere al meglio a queste. Un considerazione che può sembrare un paradosso ma che invece si manifesta come un pilastro necessario su cui posare la propria forza di volontà.

IMG_20160520_225302Una forza che nasce dalla fede, dalla preghiera e dalla consapevolezza che nella verità di Dio risiede la realtà dell’esistenza dell’uomo: “Ricordo che una volta mio marito mi ha detto – ha dichiarato ancora l’autrice – come neanche la morte di un figlio ci avrebbe impedito di essere felici. C’è qualcosa di grande, pur essendo misterioso, che ci permette di vivere questa esperienza. Sono molto grata dei frutti che raccolgo e l’unico problema che riconosco di avere nella vita e quello di saper spenderla bene“.

In una società che giudica l’individuo dal suo successo, la storia della Belletti infrange come uno scandalo gli stereotipi della modernità: “Ognuno di noi è pienamente realizzato soltanto in un’esperienza di amore. Per questo, da un bimbo malato, stiamo prendendo la lezione più alta rispetto al dono della vita. Siamo tutti, per così dire, “terminali” e non può essere la nostra “produttività” l’unica chiave di lettura per valutare positivamente o negativamente la nostra esistenza“.

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