di M. Michela Nicolais

«Da mendicanti a discepoli”. È questa la strada da percorrere, sulle orme del cieco di Gerico. A spiegarlo ai 25mila fedeli presenti mercoledì 15 giugno in piazza San Pietro è stato Papa Francesco, che alla fine dell’udienza ha salutato, tra gli altri, una sessantina di ragazzi dell’Istituto penale di Airola. In cambio, ha ricevuto in omaggio due pizze napoletane, una delle quali con il suo ritratto.

La figura del cieco di Gerico, per Francesco, «rappresenta tante persone che, anche oggi, si trovano emarginate a causa di uno svantaggio fisico o di altro genere». Persone che vivono ai bordi della strada: «È separato dalla folla, sta lì seduto mentre la gente passa indaffarata, assorta nei propri pensieri e in tante cose… E la strada, che può essere un luogo di incontro, per lui invece è il luogo della solitudine». «Tanta folla che passa, e lui è lì solo», esclama il Papa a braccio, come farà numerose altre volte nel corso della catechesi.

«È triste l’immagine di un emarginato, soprattutto sullo sfondo della splendida e rigogliosa oasi del deserto». Proprio a Gerico giunge il popolo d’Israele al termine del lungo esodo dall’Egitto: Gerico è «la porta d’ingresso nella terra promessa». Senza riuscire a varcarla ma proprio guardando quella “porta”, Mosè pronuncia queste parole, ricorda Francesco: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello». Per il Papa, «è stridente il contrasto tra questa raccomandazione della legge di Dio e la situazione descritta dal Vangelo: mentre il cieco grida invocando Gesù, la gente lo rimprovera per farlo tacere, come se non avesse il diritto di parlare. Non hanno compassione di lui, anzi, provano fastidio per le sue grida». Un atteggiamento, questo, purtroppo ancora tragicamente attuale:

«Quante volte noi – denuncia Francesco – quando vediamo tanta gente nella strada, gente bisognosa, ammalata, che non ha da mangiare, sentiamo fastidio. Quante volte, quando ci troviamo davanti a tanti profughi e rifugiati, sentiamo fastidio».

«È una tentazione» da cui nessuno può dirsi esente, nemmeno il Papa, perché «l’indifferenza e l’ostilità rendono ciechi e sordi, impediscono di vedere i fratelli e non permettono di riconoscere in essi il Signore». A volte, stigmatizza Francesco, «questa indifferenza e ostilità diventano anche aggressione e insulto: “ma cacciateli via tutti questi, metteteli in un’altra parte”». La stessa aggressione della gente quando il cieco gridava: «Ma tu vai via, non parlare, non gridare».

Quando passa Gesù, invece, «sempre c’è liberazione, sempre c’è salvezza»:  è lui che «toglie il cieco dal margine della strada e lo pone al centro dell’attenzione dei suoi discepoli e della folla». Come il cieco di Gerico, ognuno di noi lo ha sperimentato: «Pensiamo anche noi, quando siamo stati in situazioni brutte, anche situazioni di peccato, com’è stato proprio Gesù a prenderci per mano e a toglierci dal margine della strada e donarci la salvezza». Tutto parte dalle «parole impressionanti» di Gesù: «Che cosa vuoi che io faccia per te?», grazie alle quali «il Figlio di Dio ora sta di fronte al cieco come un umile servo».

«Da mendicante a discepolo, anche questa è la nostra strada», conclude Francesco:

«Tutti noi siamo mendicanti, tutti. Abbiamo sempre bisogno di salvezza. E tutti noi, tutti i giorni, dobbiamo fare questo passo: da mendicanti a discepoli». «Lasciamoci anche noi chiamare da Gesù, e lasciamoci guarire da Gesù, perdonare da Gesù, e andiamo dietro Gesù lodando Dio», l’invito finale.

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