L’aveva promesso, alla vigilia della sua partenza da Macerata, il 6 giugno scorso, e, “complice” una connessione favorevole arrivata, come lei stessa racconta via mail, dopo «una prima, provvidenziale settimana di silenzio dal mondo», ecco arrivare il racconto della missione che la tratterrà in Africa fino a Natale.

f6752448Annamaria Cacciamani, maceratese consacrata nell’Ordo Virginum, “figlia” dell’attivissima parrocchia di San Francesco e, da sempre punto di riferimento per i giovani della nostra Diocesi, scrive da Adidogomè-Yokoè (Lomè), primo approdo della sua esperienza missionaria che, non a caso, parla quello stesso linguaggio di impegno, dedizione e sconfinata fiducia con cui si anima il progetto Missio Giovani, da lei stessa raccontato, che lega le varie realtà di volontariato presenti in ambito diocesano.

Ospitata, per tutto il mese di giugno, presso la struttura gestita dalle Piccole suore della Sacra Famiglia, la consacrata affronta questo «tempo bello di riposo, di condivisione e di piccoli passi, tra le religiose e i bambini stupendi».

Ad Emmausonline consegna intanto una prima, emozionante pagina del suo “diario” africano, salutandoci con «un abbraccio che sa di caldo di rosso e di quei bei sorrisi che ti attendono ogni giorno».

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Da sempre, Annamaria Cacciamani “affianca” molti giovani della Diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia nelle esperienze missionarie: in questo scatto, il viaggio in Albania, a Bathore, compiuto nell’estate 2009

Per scrivere queste parole, che so arriveranno più rapidamente in Italia di quanto abbiano impiegato ad entrare nella mia anima, ho atteso un tempo, il tempo opportuno. Non so se sia arrivato davvero ma oggi ho sentito che potevo liberare qualche pensiero. Così, “Je suis ici.” Il tempo è un valore immenso in questa terra, è il tempo che scandisce ogni relazione, ogni avvenimento. Un tempo che appartiene a tutto ciò che vive e cresce qui, eppure non è di nessuno. Tutti, anche i più piccoli, sanno che il tempo qui non si perde mai, perché il vero signore e padrone del tempo non è l’uomo ma è Dio. Un Dio che si rivela proprio in quel tempo che lasci andare. E come mi diceva oggi suor Gabry, così la chiamano tutti la superiora delle Piccole suore della Sacra famiglia, la comunità che mi sta ospitando a Yokoè, non c’è avvenimento in Africa, o meglio a Adidogomè, che non sia messo di fronte a Dio. Il Dio della grandezza che sceglie di farsi piccolo e, in un mistero immenso, di unirsi, creatore, alla sua creatura. In questa terra, polverosa e bagnata, ho iniziato a muovere i miei passi incerti ormai quasi una settimana fa.

Sono arrivata il 7 giugno, dentro una notte togolese che mi ha accolto con il suo calore e la sua semplicità. Passare il controllo sarebbe stato più facile se il poco francese che avevo nella testa fosse arrivato in soccorso prontamente. E invece, quanto è semplice non capire se non conosci la lingua e fare così inutilmente la fila nel posto sbagliato. Pazienza. Si inizia così a scendere in Africa, mettendo cuore e pensieri in stand by, aprendo gli occhi, e senza nulla pretendere, lasciarsi accogliere. Una risposta, se la chiedi, prima o poi arriva. Non a caso, comunque, si giunge in Togo con l’aereo, perché comprendi immediatamente che in questa terra bisogna scendere, scendere dall’alto della tua vita, delle tue idee, delle tue sicurezze, delle tue fiere valutazioni. Scendere dentro di te e pian piano farti prendere. Farti prendere tutto ciò che non serve e che invece è così attaccato al tuo cuore che da sola fai fatica a liberartene.

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Le religiose della struttura in cui Annamaria è attualmente ospite

Esco dall’aeroporto e subito una voce mi chiama. Bello sentire che qualcuno ti sta aspettando. Ho subito pensato ai tanti, alcuni anche conosciuti a Macerata, che arrivano scendendo in mare dalla loro terra di miseria e abbandono e nessuno li chiama per nome. Io, straniera e bianca, pochi bianchi con me sono scesi a Lomè, invece avevo già un nome, il mio, noto per qualcuno. Così il Signore mi ha preceduto, attraverso una voce che mi chiama, una stanza pronta e il giorno dopo una comunità di suore allegre e piene di vita che mi attendono con un pranzo all’italiana. Ci sono spaghetti per me e per Tiburce, il segretario della Curia dei Frati minori, che mi ha accompagnato e che non può rifiutare l’invito. E’ il giorno in cui è nata Diane, una delle novizie della comunità: festa grande ogni compleanno. Una festa che si scioglie in canti e danze e attenzioni per la festeggiata, osannata come una regina. Anche questo è straordinariamente africano: la vita è un dono grande e farne memoria con gratitudine e intensità è un atto dovuto a Dio e all’uomo.

Mi fa commuovere tutto questo. Si sente già il calore di questa terra che fa della vita e della relazione il senso di tutto. Sono seduta al tavolo e all’improvviso due passi arrivano veloci alle mie spalle. E’ Ella, la figlia di una delle donne che lavora qui come sarta. Non so perché mi si getta al collo, come se mi stesse aspettando. Qualche settimana prima Paola, un’altra donna italiana, era passata in comunità. Probabilmente mi ha scambiato per lei. Poco importa. I bambini sono la porta dell’Africa, e ancora una volta sentire le sue mani sulla mia pelle e incrociare quegli occhi profondi e quel sorriso bianchissimo mi fanno sentire attesa. Così inizia la mia discesa in questa parte del mondo. Una terra che ogni giorno rivela ancor più il suo mistero e il mistero si può solo penetrare lentamente, non con il rigore della ragione, ma con l’umiltà del cuore, un cuore che seppur impaurito e disorientato inizia a farsi catturare istante per istante. Un cuore che batte in un corpo ancora pesante e che, indifeso, solo se si lascia sporcare da questa terra rossa, può cominciare a muovere i suoi passi leggeri.

Sono in Africa, non serve ripeterselo ogni giorno. Appena ti svegli, alle 6 mattono, sei già dentro la vita che scorre nelle vene ancor prima del sole che sorge. Africa, una terra che non mi ha mai atteso in verità, ma che io sento in qualche strano modo essere già un po’ la mia casa. La casa dell’ascolto per ora, del silenzio, di uno sguardo che tutto prende, perché tacere è il regalo più bello che sento di poter fare a me e a chi in questa terra, difficile ma sorprendente, vive accogliendo ogni giorno con gratitudine. Un silenzio che a volte si fa preghiera, che nasce dall’ascolto e che se si rompe può solo balbettare parole confuse. Un silenzio che prima di tutto è presenza, vicino a chi incontri per caso o a chi ti è già accanto, mentre lavi i piatti, o reciti il padre nostro. Un silenzio che vuoto di parole si riempie giorno dopo giorno di condivisione vera.

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