di M. Michela Nicolais

Per l’ultima udienza generale prima della pausa di luglio – mercoledì 29 giugno il Papa celebrerà nella basilica di San Pietro la Messa per la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo – Francesco ha riservato ai 15mila fedeli presenti in piazza una sorpresa: per la prima volta, ha pronunciato tutta la catechesi insieme a un gruppo di rifugiati, della Caritas di Firenze, che dopo averlo accompagnato nell’ultimo tratto che, come di consueto, percorre a piedi, verso il sagrato, si sono accovacciati ai lati del palco e hanno issato il loro striscione, scritta blu in campo bianco: “I rifugiati per un futuro insieme”.

I rifugiati «sono i nostri fratelli», ha detto il Papa, che al termine dell’udienza ha salutato i suoi ospiti uno per uno. Sembra ormai diventata quasi una consuetudine far salire a bordo della “papamobile” i bambini: oggi erano quattro, due maschietti e due femminucce, vestiti con gli abiti della loro Prima Comunione. In piazza san Pietro, infine, hanno fatto la loro comparsa anche le moto: duecento motociclisti, infatti, sono giunti da Cracovia per “consegnare” al Papa il logo della Giornata mondiale della gioventù, a un mese dall’atteso appuntamento.

«Quando ci presentiamo a Gesù, non è necessario fare lunghi discorsi, bastano poche parole purché accompagnate da piena fiducia per la sua onnipotenza e la sua bontà». Ne è convinto il Papa, che soffermandosi sul miracolo della guarigione del lebbroso, ha offerto ai fedeli «una confidenza personale»: «Alla sera, prima di andare a letto, io prego con questa breve preghiera: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”. E prego cinque Padre Nostro, uno per ogni piaga di Gesù, perché Gesù ci ha purificato con le piaghe». «Questo io faccio, potete farlo anche voi a casa vostra – l’invito – e dire: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi!”, e pensare alle piaghe di Gesù e dire un Padre Nostro per ognuna». «E Gesù ci ascolta sempre!», ha assicurato il Papa. Alla fine della catechesi, Francesco ha ripetuto ancora una volta il suo invito:

«Fatelo, fatelo prima di andare a letto, tutte le sere: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi”. Ripetiamolo tre volte, tutti insieme».

Il lebbroso, ha ricordato il Papa all’inizio della catechesi, «non chiede solamente di essere guarito, ma di essere purificato, cioè risanato integralmente, nel corpo e nel cuore», perché «la lebbra era considerata una forma di maledizione di Dio, di impurità profonda. Il lebbroso doveva tenersi lontano da tutti, non poteva accedere al tempio e a nessun servizio divino». «Lontano da Dio e lontano dagli uomini», ha commentato: «Era triste la vita di queste persone». Nonostante ciò, quel lebbroso «non si rassegna né alla malattia né alle disposizioni che fanno di lui un escluso»: «Per raggiungere Gesù, non temette di infrangere la legge ed entra in città – cosa che non doveva fare, gli era vietato – e quando lo trovò gli si gettò dinanzi, pregandolo: Signore, se vuoi, puoi purificarmi».

«Quante volte noi incontriamo un povero che ci viene incontro! Possiamo essere anche generosi, possiamo avere compassione, però di solito non lo tocchiamo. Gli offriamo la moneta, ma evitiamo di toccare la mano. E dimentichiamo che quello è il corpo di Cristo!». Gesù, ha detto il Papa, «ci insegna a non avere timore di toccare il povero e l’escluso, perché lui è in essi». Di più: «Toccare il povero può purificarci dall’ipocrisia e renderci inquieti per la sua condizione». È a questo punto che il Papa ha fatto riferimento al gruppo di ragazzi rifugiati seduti sul palco vicino a lui, lasciando da parte il testo scritto: «Toccate gli esclusi! Oggi mi accompagnano qui questi ragazzi: tanti pensano di loro che era meglio che fossero rimasti nella loro terra, ma lì soffrivano tanto. Sono i nostri rifugiati. Ma tanti li considerano esclusi: per favore, sono i nostri fratelli!».

La folla ha accompagnato queste parole con un fragoroso applauso. «Il cristiano non esclude nessuno, dà posto a tutti, lascia venire tutti!», ha aggiunto il Papa.

«Pensiamo alle nostre miserie… ognuno ha la propria», l’invito finale: «Quante volte le copriamo con l’ipocrisia delle buone maniere».

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