Un ricordo di Paolo Castelli, l’architetto che dipingeva il «vero»

Lucio Del Gobbo tratteggia il percorso umano e professionale dell'artista nato a Camerino nel 1924 e sempre attivo in ambito regionale nel campo dell'architettura e dell'urbanistica: a lui si deve la fondazione dello studio «Gruppo Marche», tuttora operante in ambito nazionale

L’architetto Paolo Castelli nostro socio fondatore ci ha lasciati. Si è spento nella sua casa sulla collina nella campagna maceratese il 22 giungo scorso. Era nato a Camerino nel 1924 e si era laureato in Architettura a Roma nel 1947. Ha sempre operato nelle Marche nel campo dell’architettura e dell’urbanistica ed è stato fondatore nel 1973 dello studio professionale «Gruppo Marche», tuttora operante in ambito nazionale. Particolarmente sensibile ai problemi della salvaguardia della natura, ha fondato, fin dagli anni ’50, a Macerata, una delle prime sezioni di «Italia Nostra» ricoprendo la carica di Presidente regionale. Innumerevoli le sue realizzazioni in architettura, nelle quali ha espresso con coerenza alcuni principi fondanti del suo metodo: la compenetrazione di spazi dall’interno all’esterno con disposizione, nell’edificio, di fasce aperte al posto dei soliti “buchi” delle finestre; la ricerca di una razionalità commisurata all’uso, e alla “ragione” sia estetica che funzionale del manufatto edile con l’esclusione di decori e strutture fittizie prese in prestito da un passato inattuale; l’uso di materiali non estranei per provenienza e caratteristiche al luogo di realizzazione; infine la necessità di progettare e sperimentare attraverso il disegno.

Non è improbabile che proprio la pratica dello “schizzo” e la consapevolezza della utilità di una manualità disegnativa, oltre all’interesse naturalistico, abbiano avvicinato Castelli all’arte figurativa e all’esercizio della pittura individuando anche in essa la possibilità di sperimentare con analogia di caratteri. La sua prima personale, «A colloquio con le querce», si è tenuta nell’aprile 1986 alla Pinacoteca e Musei Comunali di Macerata. A questa hanno fatto seguito varie mostre personali a Tolentino (1990), a Bologna (1991), a Pedaso (1992), in Ancona (1993), a Macerata (1994), a Jesi (1997) ed ancora a Macerata nel 1998 e 2013. Assidua anche la partecipazione a rassegne collettive regionali e nazionali.
«Paolo Castelli dipinge sempre dal vero»: è questa l’etichetta che l’autore ha sempre posto a spiegazione dell’opera, per avvertire che nella sua visione l’intento realistico s’impone su ogni altro. È tuttavia interessante rilevare che egli cerchi la natura dove essa è più allusiva ed astratta, quasi smaterializzata e trasfigurata dalla luce. Come in architettura lo studio del colore ambientale e la “praticabilità” dello spazio risultano essere esigenze fondanti della sua ricerca.

L'architetto Castelli premiato dal sindaco di Macerata, Romano Carancini, in occasione del suo 90° compleanno
L’architetto Castelli premiato dal sindaco di Macerata, Romano Carancini, in occasione del suo 90° compleanno

Un ricordo personale

Paolo Castelli ha avuto ben chiaro, sin da giovanissimo, che – cito da un suo scritto – la cosa migliore per non avere paura di morire è convincersi di essere destinato a cose importanti, che servano a cambiare il mondo, almeno un poco. Una riflessione sorta e memorizzata nel profondo, a seguito del dolore sofferto per la prematura scomparsa di un amico coetaneo a cui era molto legato. Un programma in apparenza utopistico, ma non per lui che seppe perseguirlo con ostinato impegno e straordinarie attitudini. Che sia stato capace di realizzarlo per intero mi appare oggi più chiaro che mai.
Potrei dire che il mio rapporto con lui fosse iniziato nel segno del capriccio e dell’effimero, avendo origine da una comune passione per l’arte e da un’assoluta diversità professionale. Fu sul finire degli ottanta, quando, pubblicando io i primi articoletti su pagine locali di quotidiani, e decidendo lui, già noto e autorevole architetto, di rendere pubblica la sua passione artistica. Mi chiese di collaborare per alcune sue mostre personali. Da “giovane” pittore, malgrado avesse un’età più che matura per un esordio, aveva deciso così per sciogliere una sorta di voto che risaliva a quando, studente universitario a Roma, si era sentito consigliare da alcuni suoi professori, di seguire sì la vocazione di architetto, ma di non trascurare alcune già evidenti attitudini di disegnatore e di artista.

Mi mostrò alcuni suoi acquarelli e pastelli, chiedendomi un parere e invitandomi, se avessi voluto, a scriverne. Ciò domandò sebbene non credesse molto alla critica d’arte e alla sua utilità, a causa di certe capziosità e complicatezze in uso nel periodo, più adatte a confondere le idee che ad estendere un’adeguata comprensione ad un pubblico allargato. Una sincerità che servì a farmelo sentire subito “amico”.

Posso garantire, non senza commozione, che quella amicizia, seppur basata su presupposti apparentemente marginali, data la sua professione di architetto impegnato su tutti i fronti, e la mia passione esercitata soprattutto per diletto, è poi cresciuta nel tempo, mantenendosi giovane, fantasiosa e sincera come poche altre. Ma non poteva essere altrimenti, data l’inarrivabile schiettezza e semplicità di Castelli.

Riguardo a certi miei incoraggianti giudizi si schermiva, minimizzava, definendomi «troppo buono e compiacente». E non trovavo motivo di offendermi: nel frattempo, un po’ della sua sincerità si era trasmessa anche a me! Dichiarava d’essersi dato alla pittura con la più futile delle ragioni: a differenza dell’architettura, essa gli consentiva di iniziare e in breve tempo di concludere un lavoro senza dover ricorrere ad alcuna organizzazione “altra” da sé. Una via breve che sarebbe stata impercorribile in ambito professionale, dove tanti erano coloro che lo seguivano sulla strada da lui tracciata, collaborando in modo certamente assiduo e prezioso, ma complicato e meno libero di quanto fosse il dipingere.

Castelli prepara l'ultima sua personale con il critico Roberto Cresti
Castelli prepara l’ultima sua personale con il critico Roberto Cresti

Personalmente, non posso certo dire di essergli stato vicino in quella che egli, pur così versatile e capace come scrittore, artista e “uomo sociale”, ha sempre dichiarato essere la sua vocazione più vera ed «eletta», l’architettura. E tuttavia, in virtù dell’amicizia che ho detto, sento di potergli rivolgere questo saluto, senza remore e soggezioni, con affetto e familiarità. E senza drammi, considerando quanto sia stata piena e generosa la sua vita, e quanta fortuna abbia avuto oltre che nella professione in amore, godendo della vicinanza e dell’incondizionata alleanza della “sua” Lydia, e poi di una famiglia che da lui ha ereditato le migliori virtù: quasi tutti architetti!

In amicizia sento di dovergli dichiarare oggi una cosa, del resto mai taciuta, che sicuramente s’aspetta di sentirsi ripetere. «Caro Architetto, i tuoi quadri mi sono sempre piaciuti; sin dal primo momento ho riconosciuto in essi tanta verità, sensibilità ed estro; quelle stesse qualità che i tuoi professori di università avevano rilevato nei tuoi primi disegni, appartenenti anche alla tua persona. Opere che invadono oggi la tua casa rendendola luminosa e significante come fossero una tua seconda firma: rivederle insieme danno testimonianza di quanto anche la pittura e l’arte fossero ugualmente tuoi, estranei ad ogni concorrenza. Paesaggi che, con un po’ di stimolante e amichevole malizia, insinuavo essere diventati astratti nel tempo, mentre tu rivendicavi orgogliosamente di essere “artista che dipinge solo dal vero».

Ti dichiaravi realista ma nelle vedute di paesaggio, nei colori, nella spazialità e nelle atmosfere che riuscivi a tradurre, trovavo più poesia che oggettività. La pittura, riusciva a condurti fuori dal progetto e da ogni ragionevole intenzionalità, facendoti assaporare sensazioni che negli altri avresti sentenziato di non capire. Per esempio, mentre la tua visione ostentasse un credo realista scevro di ambiguità, non di rado, con tua sorpresa e imbarazzo, inseguendo il colore e la luce, diventava astratta, “perdendosi” dietro a impressioni nuove e particolari, trascurando i contorni delle cose, ed anche il presunto dovere di una fedele loro descrizione.

Mi insegnavi nei fatti che la figura e l’astrazione sono categorie assegnate un po’ arbitrariamente dai soliti addetti ai lavori. Tu avevi ben chiara l’idea che tutto rientrasse e si confacesse ad un’unica verità, non solo fisica ma anche mentale e spirituale, assumendo solo forma da un’unica realtà, come letta e vissuta. Ne davano conferma le tue opere riguardanti il paesaggio, sia naturale che urbano, realizzate all’impronto, quando tu, trasformando la tua auto in atelier, le traevi non visto da una realtà intorno che eri capace di interpretare con il pudore e l’entusiasmo di un artista esordiente, giovane, giovanissimo, dedicando ad esse gli ultimi barbagli di luce di cui erano ancora capaci i tuoi occhi. E ti sei salvato dal buio, una condizione che tu, la tua passione delle cose e la tua intelligenza, non avreste sopportato. Mantenendoti così lucido nel profondo sino agli ultimi istanti.
Consentimi infine di salutarti come avrebbe fatto un tuo vecchio amico futurista: …E ciao!

 

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