Ore 10.45 di un normale e ordinario mercoledì di giugno. Leggo l’ora nel mio orologio da polso che inizia ad essere segnato dalla polvere di una terra sempre più rossa di caldo, di sole, di emozioni. Ho appena finito la mia quotidiana lezione di francese con Theodore, un giovane togolese che studia all’Università di Scienze politiche ed ha un sogno, continuare a studiare in Europa. E’ giovane, ma soprattutto paziente e premuroso se ogni mattina arriva facendosi in moto un bel tratto di strada non proprio confortevole per insegnare francese ad un’italiana senza speranze. Ma la sua fedeltà mi dà coraggio.

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Annamaria Cacciamani nella missione africana

Con lui, scopro ogni giorno quanto una lingua sia questione di desiderio. E imparo ad essere paziente anche io, a camminare a piccoli passi, imparo a conoscere un altro modo di vedere l’Africa, quello che si illumina nei suoi occhi profondi quando in un francese tutto mio dico che è bello per me conoscere e scoprire, giorno dopo giorno, il sapore diverso ma buono di questa terra. Il buon sapore del fu-fu o della pat, conditi con una souse gustosa di pomodoro e di piment, in cui galleggiano carne o pesce: la parola piccante non rende neanche lontanamente l’idea di quello che il palato prova al contatto. Il buon sapore che arriva alla bocca solo se mani impavide sono disposte a farsi strada nel piatto succulento che ti viene servito. Perché il fu-fu, una palla morbida di manioca, o la pat fatta di mais, non si può non gustare se non con le mani che con perizia impastano e diventano esse stesse dispensatrici di cibo che scivola dentro. Così mi ha infatti spiegato Thedore: in Africa si mangia con le mani, anzi rigorosamente con la mano destra. Uno spettacolo vedere con quale agile gusto le dita nere si agitano nel piatto mentre il sugo scivola sulla pelle lucida di sapore.

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Il buon sapore dell’Africa. I miei sforzi con lo studio della lingua non hanno raggiunto grandi risultati, ma comincia ad essere piacevole rispondere ai saluti della gente che incontri per strada, mai paga di sorrisi, o giocare con i bambini mettendo in fila qualche filastrocca o infine intrecciare una pseudo conversazione con Cherif. E’ il giovane dottore musulmano che incontro spesso uscendo dalla mia camera, visto che ho un posto assicurato nel dispensario delle suore. Dai primi timidi sorrisi, a un fuggevole Bonjour, fino quasi a sostenere una conversazione. E’ lui che mi ha detto che se riesce a mettere da parte un po’ di soldi vorrebbe venire in Italia perché ama incontrare e conoscere altre culture. Ogni tanto infatti mi ruba qualche espressione in italiano che poi la sua mente intelligente e vivace sa ben usare nell’incontro successivo.

In Africa si mangia con le mani, anzi rigorosamente con la mano destra. Uno spettacolo vedere con quale agile gusto le dita nere si agitano nel piatto mentre il sugo scivola sulla pelle lucida di sapore

E’ lui che mi ha spiegato il significato di babade: è il coraggio che si augura è chi è vittima di un’ingiustizia. Non un semplice coraggio, ma la spinta a non arrendersi anche quando la vita sembra tradirti. E’ la parola più vera di questa terra. Non perdere il coraggio di scegliere la vita, sempre e comunque. Babade. Ma l’ingiustizia è sempre lì a spiare ogni tuo passo. E in effetti ci vuole coraggio a percorrere la strada che porta al monastero delle suore che mi ospitano, le Piccole Sorelle della Santa Famiglia.

2016-06-16 10.50.36Ci si arriva dal centro attraverso una strada asfaltata. Per un po’ non ti sembra neanche Africa, poi improvvisamente la macchina fa una deviazione a senza rendertene conto inizi la via della speranza, piena di moto che ondeggiano a destra e a sinistra, di galline, capre, di bambini che si rincorrono, di donne con i cesti che esplodono sulla testa, di auto che cercano un possibile passaggio tra buche e rifiuti. Una strada di fango dove comunque senti l’odore della vita. Una vita che respira tra baracche e fumi, tra banchi di banane e arachidi, di vestiti in allestimento, di improvvisate ma efficienti falegnamerie. E tu, ignaro ospite, ti chiedi come sia possibile un tratto di strada così.

Ogni volta che esci è un miracolo ritornare a casa. Casa, dopo quasi un mese che sono qui, davvero mi sembra che lo sia. Lo capisco dai saluti cordiali dei guardiani che ti accolgono all’ingresso, aprendoti il portone, dai tempi scanditi dalla preghiera, dal servizio, dal silenzio e dalla condivisione, che ormai sono anche i miei tempi. Lo scopro ogni giorno di più grazie ai sorrisi, alcuni più timidi altri più aperti, alle battute, ai canti e alle danze condivisi con le giovani che vivono all’interno: Irene, Dianalise, Mari Clare, Cristine, Luise. Tanto per ricordare qualche nome. Sono ragazze di una vivacità e allegria straordinaria dietro cui si nasconde storie di vita ferita. Ognuna ne ha una, retaggio di un passato nel villaggio, dentro famiglie troppo spesso disperate e provate dalla povertà.

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Storie di quotidiana realtà che ognuna di loro ha deciso di consegnare al Signore. Stanno infatti facendo un percorso di noviziato accompagnate da suor Gabriella, un’energica, brillante e instancabile religiosa di Brescia che da ormai 10 anni vive qui a servizio di questa gente. Anche grazie a lei quello spazio che si apre dietro il portone sta diventando la mia casa. Lo riconosco ogni volta che mi sussurra in italiano qualche aneddoto proibito o qualche pezzetto della sua vita, mentre il pranzo, la cena o la colazione scandiscono il nostro stare insieme. Lo sento quando, percorrendo il breve tratto di strada che separa il dispensario dal monastero, Audrè mi viene incontro con il suo sorriso bianchissimo, con le sue mani che senza timore cercano costantemente le mie. Me la ritrovo d’improvviso addosso, che arriva da non so mai quale direzione, ma è lì ad attendermi, a cercare un contatto, a rubare un abbraccio o una carezza o semplicemente un sorriso.

Ogni volta che esci è un miracolo ritornare a casa. Casa, dopo quasi un mese che sono qui, davvero mi sembra che lo sia. Lo capisco dai saluti cordiali dei guardiani che ti accolgono all’ingresso, aprendoti il portone, dai tempi scanditi dalla preghiera, dal servizio, dal silenzio e dalla condivisione, che ormai sono anche i miei tempi

L’ho conosciuta uno dei primi giorni, era seduta accanto a me insieme ai 50 bambini della corale della parrocchia. In occasione della festa di saluto per suor Ester, in partenza per l’Angola, l’Apatam del giardino si è riempita di piccoli festanti bambini, un’esplosione di canti e risate, mescolate al profumo di panini farciti di poisson. Audrè era lì accanto a me, sguardo un po’ intimorito. Io le sorrido, lei mi risponde, poi si avvicina, le tendo una mano, lei la prende subito. Non riesco a dire nulla se non un impacciato come ti chiami e quanti anni hai. Capisco appena la risposta. Ma resto lì a scambiare sorrisi e strette di mano. Quando apre il suo sacchetto col panino me lo offre. Io rifiuto con un cenno fatto con la testa. Mi è venuto d’istinto. Ma sono stata felice di averlo fatto. Proprio ieri per strada, l’ho incontrata al calar della sera, mi ha detto che quel giorno non aveva mangiato. Chissà perché. Ho provato a chiederglielo e se non ho capito male mi ha risposto che la mamma era fuori città e lei era sola a casa con la sorella. La mamma vende manioca e ignam in una baracca proprio davanti al dispensario. Lei spesso, ora che la scuola è finita, è con lei ad aiutarla.

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E’ lavoro? Sì qui si chiama così. Lunghe ore inermi ad attendere qualcuno che si fermi a comprare. Qualcuno che a volte può anche non arrivare mai. Babadè. Coraggio Cherif, Theodore, Audrè. La vita è la vita sempre e comunque. Coraggio, Luc. E’ il bambino che stamattina, mentre andavo a rinnovare il visto per il soggiorno, mi sono ritrovata tra le braccia. E’ il fratello più piccolo di uno dei ragazzi ospiti nella casa famiglia di Theo, il piccolo fratello che collabora con le suore. Lui alla guida e io accanto con questo tenero bimbo di due anni. Quando sono entrata in macchina mi ha sorriso dietro un sacchetto di pop-corn stretto tra le dita. Vive con la zia, il papà e il nonno. La mamma ha abbandonato i figli poco dopo che lui è nato. L’ho preso in braccio, gli ho fatto solletico e lui si è sciolto in una fragorosa risata. Poi cullato dalla strada si è addormentato. Coraggio, Luc. La vita è la vita, mi ripeto continuamente con un ritornello che risuona come un mantra di speranza. La vita è la vita e io in questo tempo ho la sfacciata fortuna di prenderla tutta per mano.

Leggi qui la puntata precedente del Diario dall’Africa!

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