Il caldo afoso non ha scoraggiato la partecipazione all’incontro promosso dal Circolo Aldo Moro e dalla cooperativa sociale Meridiana sotto il titolo: “La riforma del terzo settore è legge. Cosa cambia nel mondo del volontariato, della cooperazione sociale, dell’associazionismo no-profit e del servizio civile”.

Così circa 150 persone, tra amministratori locali, esponenti del volontariato e dell’imprenditoria sociale hanno dedicato il dopocena di lunedì 11 luglio a prendere contatto con le novità di una legislazione che modifica profondamente la normativa del settore.
A fare gli onori di casa l’assessore regionale Angelo Sciapichetti che ha sottolineato l’importanza di una normativa che riguarda milioni di persone e che però è stata quasi totalmente ignorata dai media.

È stata poi la volta del presidente del Circolo Aldo Moro Piergiorgio Gualtieri che ha richiamato come la riforma vada a incidere su un settore di grande rilievo, che conta circa 5 milioni di volontari e 1 milione di lavoratori, sottolineando come Governo e Parlamento siano riusciti a condurre in porto un’operazione di grande complessità in due anni. Ma non ha mancato di rilevare come ora la partita si sposti sui decreti attuativi, auspicando una loro pronta emanazione.

Al tema dei decreti attuativi si è collegato subito Giuseppe Spernanzoni, presidente della cooperativa sociale Meridiana, sottolineandone l’importanza cruciale: da essi dipende che i valori enunciati dalla legge delega siano tradotti in misure coerenti ed efficaci. “È un settore che rappresenta il 4% del Pil. È una riforma che ci rimette tutti in gioco. Dobbiamo ripensarci ed essere all’altezza della situazione”, le sue considerazioni finali.

La parola è passata quindi al parlamentare Edo Patriarca cui spettava il compito di illustrare la riforma, “lanciata due anni fa dal premier Matteo Renzi al Festival del volontariato di Lucca e che oggi è legge”.

Patriarca ha esordito sottolineando che “Il nostro Paese ha bisogno dell’Ict, della banda larga, ma ha anche bisogno di investire nel sociale, nel prendersi cura (degli anziani, dei figli, ma anche della comunità e della bellezza del nostro patrimonio). La crisi ci ha fatto riscoprire queste parole, che ora sono diventate legge. Si parla così di volontari, di 6 milioni di persone, di 380.000 realtà del Terzo settore censite dall’Istat: gente che non si accontenta delle rendite, fa fronte alla crisi realizzando tantissime cose. E così solidarietà, prendersi cura, amore del territorio sono entrati nella legge e possono aiutare a uscire dalla crisi. Si parla cioè di solidarietà, ma anche di un progetto che può generare sviluppo”.

Ha quindi preso in esame quattro aspetti della nuova normativa.

Il primo è stato individuato nella riscrittura compiuta dalla riforma del Codice Civile. “Da un Codice come quello finora in vigore (del 1942) concessorio a uno del riconoscimento: lo Stato non concede, ma riconosce delle realtà che esistono e valgono. I cittadini possono associarsi senza sottostare a tante complicazioni. In questo quadro, l’art.1 definisce, per la prima volta, cos’è il Terzo settore (…). Si coglie così che non tutto l’associazionismo civile può definirsi Terzo settore: non lo è un circolo del golf o degli scacchi o un’associazione di cercatori di funghi… Il Terzo settore è soggetto pubblico, perché ha come fine il bene della collettività, e lo Stato lo sostiene fiscalmente”.

Il secondo aspetto considerato è stato quello della fiscalità. “La legge sostiene le donazioni dei privati per iniziative a favore della comunità. Queste sono già oggi una realtà rilevante, stimabile all’incirca in 7 miliardi l’anno. Lo Stato le agevola e in cambio chiede trasparenza, democrazia, rendicontazioni accurate, bilanci trasparenti: tutto dev’essere in regola! In questa prospettiva va riformato il 5 per mille, destinandolo esclusivamente al Terzo settore”.

Come terzo aspetto è stato poi preso in esame l’impresa sociale. “Il volontariato resta la parte più preziosa, generativa del Terzo settore, l’avanguardia che intercetta nuovi problemi ed esigenze, ma dove l’attività raggiunge la maturità, allora c’è il passaggio all’impresa. È questa un’area di grande potenzialità: 2-3% del Pil, 2-300mila occupati. L’impresa sociale ha un ruolo che resta cruciale nel ricordare al mercato che nel lavoro c’è anche l’anima, non solo il profitto”.

L’ultimo aspetto analizzato è stato l’introduzione compiuta dalla riforma del Servizio civile universale. “Due anni fa, a fronte di 100mila domande avanzate dai giovani, lo Stato ne ha accolte solo 12mila. La legge ora stabilisce che la possibilità dev’essere aperta a tutti. È una vera e propria leva civica, una grande opportunità, un laboratorio, uno spazio di crescita civica (con giovani che non vanno certo messi a fare fotocopie o al centralino), con una formazione esigente”.

Nel dibattito è emersa l’esigenza a vigilare sull’elaborazione dei decreti attuativi, perché corrispondano allo spirito della legge. Si è poi espressa la preoccupazione sulla mancanza di sintonia delle amministrazioni locali, che spesso non conoscono il Terzo settore, lo usano semplicemente e brutalmente per risparmiare, un “bancomat” a cui ricorrere per ogni necessità, mentre è avvertita con forza la necessità di tavoli di incontro, per conoscersi, per attivare una vera sussidiarietà circolare. Sulla stessa linea il rilievo che le gare d’appalto degli enti pubblici, per coerenza, dopo aver abolito il criterio del massimo ribasso, devono comunque offrire condizioni che consentano di retribuire il lavoro secondo gli importi fissati dai contratti nazionali.

Ha ripreso quindi la parola Patriarca sottolineando come numerosi provvedimenti recenti (la legge sul “dopo di noi”, la riforma della cooperazione internazionale, la legge sullo spreco alimentare, quella sul commercio equo e solidale, la legge delega contro la povertà…) segnalano un movimento positivo, una buona sussidiarietà. “Tutti, Terzo settore e P.A. sono chiamati a più responsabilità, anche gli imprenditori (valorizzando le opportunità per il welfare aziendale). Le leggi funzionano se creano movimento nel territorio”. Ha quindi avanzato un forte richiamo al fatto che “sul Terzo settore si investe, non si risparmia”. Un’attenzione che deve andare di pari passo con l’attenzione alla “qualità, misura dell’impatto, efficacia”.

Le parole conclusive sono state dell’onorevole Irene Manzi, che ha notto come sia “emerso un gerande patrimonio di aspettative”. Ha proseguito: “Non va perso il metodo; bisogna continuare il confronto, bisogna creare una logica di sistema coinvolgendo gli Enti locali. Sta cambiando il concetto di ‘pubblico’, che non si riduce a ciò che è gestito dallo Stato, ma coinvolge tutte le realtà che perseguono una finalità pubblica. Ce ne stiamo occupando per gli affidamenti museali. Con questo dibattito si è indicato un buon metodo da replicare per altri provvedimenti e un appuntamento potrà essere certo in occasione dell’approvazione del primo decreto attuativo della riforma del Terzo settore”.

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