Prima tra il verde di Dacca, poi nelle assolate campagne pugliesi, quindi nell’azzurro di Francia. Una manciata di giorni, e le notizie, cariche di brutalità, travolgono i nostri sguardi una dietro l’altra, senza darci il tempo di respirare, quasi, e di riflettere, raccontando di numeri disperati che hanno il volto della morte. Autentici bollettini di guerra: una guerra combattuta ad armi impari, contro un nemico disumano, che ammazza le vite con cieca insania, e l’umano errore, che con un gesto sbagliato spezza storie, famiglie, sogni.

Le foto rimbalzano in Rete, ma ci si domanda fino a che punto il diritto di cronaca “contempla” quella lugubre carrellata di corpi inermi. Le parole non bastano, e forse non servono. Non ci sono distanze geografiche quando le tragedie accomunano i popoli e il cuore, in silenzio, parla la medesima lingua.

Il giorno dopo l’agghiacciante notte in cui a Nizza, perla della Costa Azzurra, oltre ottanta persone sono state letteralmente schiacciate dalla furia omicidia di un terrorista, mentre ancora scorrono le immagini dei vagoni squarciati sull’ormai, tristemente noto «binario unico» di Andria, quando il Bangladesh sembra una vicenda sepolta, ecco il mondo che di nuovo si interroga, inseguendo un perchè privo di risposte sensate.

13718802_10208652911193359_1333304263053567514_nIn quel lembo di meravigliosa terra francese sono molti gli italiani che vivono e lavorano, così come numerosi, ogni anno, sono i turisti che scelgono la cittadina d’Oltralpe come méta per le vacanze in cui divertimento e cultura si coniugano alla perfezione. La Farnesina mostra cautela ma è dato certo che anche ieri sera erano diversi i connazionali a passeggio sul famoso viale: si contano i feriti, si teme per i dispersi. Svetta, dall’alto della sua lussuosa maestosità, l’hotel Negresco, si fanno inconfondibili i tratti di mar Mediterraneo che rendono quelle spiagge così particolari, e la Promenade des Anglais, in cui decine e decine di uomini, donne e bambini sono rimasti vittime di un attentato devastante, spicca nei sorridenti selfie di tanti, che per un attimo si sono immedesimati, spettatori impietriti, proprio lì, a festeggiare, tra le gente comune, un giorno speciale.

Sì, perchè i fatti di questi giorni insegnano che la fine arriva senza preavviso, e può colpire ovunque. Senza preavviso. Nel giardino di un ristorante, accanto al finestrino in una mattina d’estate, sul lungomare esclusivo in cui brindare ai valori della Nazione. Sul Web inizia la catena dei messaggi di solidarietà, ed è spesso grazie ai social network che le persone scomparse trasformano la disperazione in sollievo. A lasciare senza fiato resta, però, quello scatto-emblema di una strage assurda: un bambolotto, accanto ad un cadavere troppo piccolo per un dramma così grande.

La prima domanda di rito, giornalisticamente parlando, è se ci sono marchigiani o maceratesi coinvolti in uno strazio di tale portata, mentre le informazioni dalla Farnesina non sono ancora ufficiali. Scorri l’elenco di amici e conoscenti e – grazie a Dio – non rammenti di nessuno che si trovi lì a compiere il proprio dovere, a convivere con un’altra mentalità. A vivere.

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«La Francia e il Belgio, come risaputo, sono i due Paesi europei più feriti a morte e attualmente nel mirino dei terroristi, in quanto ospitano il maggior numero di jihadisti». Ad affermarlo è Dominique Collard, console di Francia di Ancona a cui spetta la competenza per l’intera Regione Marche. Raggiunta telefonicamente, con estrema cordialità chiarisce che «il ministero degli Affari esteri e della cooperazione, nel pieno dell’operatività con cui solitamente si mette moto la macchina organizzativa per le emergenze di questo genere, ha attivato un numero dedicato della cellula di crisi: +33143175646». L’altro contatto tramite cui comunicare con il Consolato Generale d’Italia a Nizza é: 0033(0)768054804.

Di certo, in Italia come all’estero, lo stato d’animo, oggi più che mai, rende vicini gli animi e, pur non essendo testimoni diretti di quanto è appena accaduto in Francia, si fa vivo il desiderio di indignarsi, di sfogarsi, di provare a comprendere (inutilmente). E di pregare, perchè nessun Dio può tollerare una mattanza simile. Annichilite di fronte le urla del dolore, sono le “voci” ad affermare che la civiltà e l’amore prevarranno su un odio che appare infinito. Nonostante la paura.

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La professoressa Nelly Tavoloni

Lo pensa Nelly Tavoloni, francese di origine, che vive in Italia dal 1984. Sposata, con due figli, abita a Cingoli e insegna Lingua francese all’Università di Macerata. Sebbene si senta ormai pienamente italiana, il suo accento francese tradisce un’emozione comprensibile e condivisibile. «Ieri, assieme a mia madre, guardavamo in televisione le immagini delle celebrazioni del 14 luglio – racconta –, e, da fatalista, il pensiero è corso subito ai rischi di un attentato, proprio nel giorno dei festeggiamenti patriottici. Purtroppo è accaduto davvero, e temo che questa guerra che stiamo vivendo tutti non avrà fine perchè il terrorismo si sta radicalizzando, facendo proseliti tra giovani che decidono di arruolarsi con scopi barbari».

Il pensiero della professoressa Tavoloni corre, inevitabilmente, ai suoi parenti che vivono a Parigi – «il 13 novembre scorso, la sera del disastro al Bataclan, non riuscivamo a metterci in contatto con mia cugina e sua figlia. Saperle in giro, proprio in quella zona, è stato angosciante…» -, alle sue studentesse – «per fortuna nessuna di loro si trova a Nizza» – e, ovviamente, ai suoi ragazzi. «Ho sempre incoraggiato i miei figli a conoscere il mondo, ma oggi è dura consigliare loro di andare a vivere in Francia: il nostro Paese è stato attaccato ed è minato nel suo stile di vita e nel nome di quella libertà che proprio ieri, in una data simbolica, veniva celebrata. Non esiste alcuna logica ragionevole dietro questi massacri – aggiunge – di fronte a questa tattica mortale che, ogni volta, sembra rinnovarsi di inaudita crudeltà». Pur essendo certa che «il popolo francese saprà rialzarsi con orgoglio e dignità» ora sembra crollare ogni sicurezza, «perchè indietro non si torna più», conclude Nelly Tavoloni, memore di quel proverbio francese che suona, cinicamente, veritiero: «Vai dove vuoi, muori dove devi».

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Ma di fronte alla paura non ci si può fermare. È di questo avviso Asmae Dachan, giornalista italo-siriana conosciuta in tutte le Marche e non solo che, grazie alla sua professionalità, non smette di farsi portavoce di messaggi chiari e, al contempo, intrisi di quel “sentimento” che un cronista non dovrebbe mostrare. Invece lei parla a cuore aperto, e lo fa da credente musulmana, per ribadire che «solo rimanendo uniti, solo pregando e invocando la pace potremo avere la meglio sul nemico». La realtà del terrorismo che reca il nome di Daesh la giovane Dachan la conosce molto bene, avendo firmato numerosi servizi sulla sua martoriata terra, così come il reportage esclusivo realizzato nelle «tane degli uomini-bomba» a Bruxelles. Appena tornata da un viaggio, confida ad Emmausonline, non ha potuto fare a meno di seguire passo passo tramite i tg i drammatici momenti dell’attentato in Costa Azzurra.

La giornalista Asmae Dachan
La giornalista Asmae Dachan

Scrive, twitta, Asmae, e il suo pensiero, di donna, di madre, è forte e chiaro: «Dobbiamo smetterla di girare attorno alle parole perchè, come ha detto anche papa Francesco, quella che stiamo affrontando è una “Terza guerra mondiale”. Se vogliamo combattere il fenomeno del terrorismo internazionale, se davvero intendiamo fronteggiare l’Isis dobbiamo capire le radici e fare attenzione ai facili riduzionismi e alle «deduzioni semplicistiche». La metafora è semplice: come si può guarire una malattia assumendo i farmaci sbagliati che nascono da una diagnosi errata?». Il riferimento è ai bombardamenti – «inutili, visto che, come abbiamo appurato, annientano soprattutto i civili» – e ai Paesi, l’Iraq e la Siria, in cui tutto è cominciato: «Molta gente – spiega Dachan – confonde le questioni e crede che si tratti di una guerra rivolta esclusivamente all’Occidente. Dobbiamo invece ricordare dove è nato il terrorismo di matrice islamica, dobbiamo domandarci, seriamente, chi finanzia le armi con cui vengono compiute le carneficine, risolvere il problema a monte e, soprattutto, sradicare, anche nella Rete, tutto ciò che concorre ad inneggiare questi atti ignobili: non possiamo assolutamente essere il loro microfono di malvagità». La giornalista sottolinea come l’Isis «faccia proseliti in Internet, specialmente tra ragazzi che non si sono adeguatamente integrati con le altre culture e rischiano di diventare prede facili, addestrate ad uccidere: su quel lungomare, in mezzo a quelle famiglie, potevamo esserci tutti noi, obiettivi universalmente sensibili».

Sono molti, purtroppo, i bambini assassinati nella strage nizzarda ed è questo, forse, la verità che più scuote Asmae. «L’Islam oramai si sta prestando a pregiudizi sempre più fuorvianti – aggiunge -, ho delle amiche musulmane che hanno timore ad uscire perchè temono lo sguardo sospettoso, la paura del “diverso”. Eppure, ogni volta che accade un’atrocità simile, ogni volta che i terroristi mietono vittime, noi ci mettiamo nei panni dei familiari, piangendo le stesse lacrime». Non crede si tratti di una guerra «improvvisata», la professionista che nelle Marche è sempre gradita ospite in convegni e incontri sui temi legati all’immigrazione e al dialogo interreligioso. «Siamo di fronte ad una strategia ben pianificata – denuncia – in cui è evidente il meccanismo innescato per muovere certi equilibri politici ed economici. Parliamoci con schiettezza: il terrorismo, lo sappiamo bene, si finanzia con la vendita di armi e di petrolio». Con il risultato, penosamente crescente, che a morire sono sempre «le persone indifese, i semplici cittadini», verso cui, «da credenti, non può mancare la preghiera convinta e capace di renderci uniti: è questa l’unica vera forza che abbiamo per non arrenderci».

(foto Reuters)
(foto Reuters)

Una forza che può sgorgare anche dal «sentirci più vicini come Europa e più “responsabili” anche nel gestire certe notizie in rete». Ne è convinta Michela Mercuri, docente a contratto di storia contemporanea dei Paesi mediterranei presso l’Ateneo di Macerata. «A differenza di Al-Qaeda, più tradizionalista e basato sul fanatismo religioso – spiega la professoressa -, Isis è un’organizzazione che prende forma senza un vero progetto politico ma facendo leva, trasversalmente, sulla fascinazione mediatica, attraverso una propaganda che si alimenta nella Rete».

Un primo piano della docente Michela Mercuri
Un primo piano della docente Michela Mercuri

A chi sostiene l’indebolimento dello Stato Islamico, inoltre, Mercuri ribatte «è errato pensare, perdendo il territorio, i terroristi perdano potere: semplicemente, Isis sta cambiando strategia, con l’obiettivo di compiere più attentati possibili. E ciò che non è assolutamente venuto meno è proprio la ferma volontà di esercitare una pericolosa attrazione verso i giovani con stratificazioni sociali diverse». Secondo la docente, infatti, «il successo di questa organizzazione criminale sta proprio nell’abilità di attecchire sia sugli emarginati delle banlieu, così come sui giovani benestanti di Dacca: un successo trasversale, appunto». E la nostra ansia di cittadini sottomessi ad un assedio invisibile? «Dobbiamo essere cauti – conclude – nel far circolare commenti e scatti nei social, perchè la paura che avvertiamo viene strumentalizzata dai terroristi, che vorrebbero privarci delle nostre abitudini più naturali, come uscire e frequentare luoghi di aggregazione. Gli attacchi indiscriminati come quello avvenuto a Nizza ci rendono fragili e spaventati, ma mostrando le nostre emozioni rischiamo di fare il loro gioco: serve coraggio, perchè il terrore non deve prevalere sulla ragione».

E far riferimento all’impatto mediatico che certe scene e i video postati nella Rete innescano è anche il comparto della Polizia postale e delle comunicazioni, chiamata a “monitorare” i flussi informativi che circolano nelle piattaforme digitali. «Anche in questo caso, nell’inquietudine del momento viene da pensare: a nessuno di noi piace vedere e condividere immagini così violente ed irrispettose della vita umana». Lo afferma l’ispettore Raffaele Daniele, responsabile della sezione di Macerata, che non nasconde come, già successo in analoghi fatti, «c’è sempre qualcuno pronto a mettere al centro la propria persona utilizzando lo smartphone per riprendere questi terribili momenti, sfidando i pericoli, per poi pubblicarli sui social ed ottenere più like possibili». La realtà di cronaca non va certo «nascosta», asserisce l’ispettore, «ben venga la pubblicazione purchè non diventi spettacolo. Ci vuole poca inventiva nell’immaginare quale scempio possa compiere un camion di quella portata che irrompe a velocità sostenuta in isola pedonale…».

Punti di vista, condivisibili o meno, dettati dalla ragionevolezza e dall’umanità, che possono aiutare ad orientare le opinioni in modo lucido, e meno istintivo. Pareri, ciascuno da un “osservatorio” differente, per leggere quanto sta capitando nella nostra società sconvolta. Perchè ognuno di noi, “armandosi” di responsabilità, in fondo può contribuire a costruire un domani diverso, magari migliore.

6a0133f38798fd970b0133f3893e2d970b«Sembrava di assistere ad un film raccapricciante», ha ammesso qualche testimone scampato all’odissea. Invece è pura realtà, che supera di gran lunga ogni più abominevole fantasia. A Nizza, come qualcuno saprà, un poco più distante dai bar affollati e dai ristoranti che si affacciano su un panorama mozzafiato, sorge il Museo nazionale del messaggio biblico di Marc Chagall. Allestita nel 1971 e immersa in un meraviglioso giardino, la struttura – divenuta negli anni monografica – venne creata per ospitare diciassette tele sui temi dell’Esodo, della Genesi e del Cantico dei Cantici, donate poi dallo stesso Chagall allo Stato francese nel 1966.

Forse oggi, dall’alto di quella collina, nemmeno a questo straordinario artista che della fede seppe farsi degno interprete basterebbero i colori per dipingere la tristezza che alberga nell’animo di chi piange i propri cari e e di quanti, da esseri umani, gridano basta a questa follia.

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