«Cahin-caha, un lien se tisse entre nous». Questa continua ad essere la verità che illumina la mia vita in Africa, «pian piano, con passo incerto e a volte barcollante un legame si tende tra noi». Tra me e questa terra, tra me e quel Dio che qui mi ha chiamato per fare l’esperienza di essere ospite: ospite di questa terra ma soprattutto ospite di Dio. Da una settimana sono nel monastero delle clarisse di Akepe. Una vita di pace, di preghiera, di riposo, di silenzio. Così almeno avevo immaginato quando padre Virgilio già in Italia mi aveva proposto di fare un mese presso le suore per insegnare loro un po’ di italiano.

2016-07-09-PHOTO-00000796Una bella avventura avevo anche aggiunto nel cuore. Senza parlare francese insegnare in italiano. Ma allora tutto era così lontano e inimmaginabile. Ora scopro che è infatti una grande avventura davvero impossibile senza quel Dio che non finisce di stupirmi con la sua grazia e la sua onnipotenza. Il mese che ho passato con suor Gabriella è stato provvidenziale. Non che io sappia il francese, ma alcune parole hanno trovato una dimora quasi stabile nella mia testa e così riesco a balbettare un po’, giusto per farmi comprendere.

Il 3 luglio, verso le 16.30, Tiburce mi ha accompagnato e dopo avermi offerto per strada un delizioso latte di cocco, rigorosamente aperto con machete, mi ha salutato dicendomi che è iniziato il cammino della mia santità. Con i suoi occhi curiosi e il suo fare burlone mi ha fatto ben capire che non sarebbe stato facile. Così dopo aver sistemato la mia nuova stanza, un tavolo, un letto, il bagno e un piccolo ripostiglio per mettere le mie cose, scendo nella cappella. Ho un po’ di timore nel cuore. Con suor Gabriella l’Africa mi aveva accolto con mani di madre, pronta a soccorrermi nella difficoltà. Qui, i pensieri che si sono subito accavallati nella testa hanno preso la direzione della preoccupazione: «Nessuno parla italiano…aiuto!». «Pas problem», ho imparato a dire. Certo ci vuole coraggio a dire nessun problema: la mia valigia è piena delle mie sicurezze, ma mi manca l’essenziale. Mi manca la fiducia. Ho sentito improvvisamente di essere sola: senza connessione, senza parole, senza niente! Poi improvvisamente una luce si accende, non so perché. «Tre bien».

Altra espressione che sempre ho ascoltato in questo tempo. «Molto bene». Chiedo semplicemente aiuto all’Africa e a Dio. E l’Africa che ho incontrato e che già nutre la mia anima mi ricorda che tutto si fa piano piano, doucement…doucement. Che significa anche dolcemente, dolcemente. Non solo senza fretta, ma con delicatezza. E allora metto a freno i pensieri e riprendo la parola del giorno: «piccolezza». La piccola di Dio. Così mi sento, piccola e incapace, ma sono nella casa di un Dio che è padre.

«Pas problem», ho imparato a dire. Certo ci vuole coraggio a dire nessun problema: la mia valigia è piena delle mie sicurezze, ma mi manca l’essenziale. Mi manca la fiducia. Ho sentito improvvisamente di essere sola: senza connessione, senza parole, senza niente! Poi improvvisamente una luce si accende, non so perché. «Tre bien».

Perché temere? Verso le 18.30 suor Bernadetta, la madre superiora, mi chiama per organizzare il programma del corso. Mi faccio coraggio e vado. In qualche strano modo ci capiamo. Ma la parola più sorprendente che mi arriva è la risposta che lei mi dà quando mi scuso per il mio francese un po’ traballante. Lei mi dice: «Il cuore francescano è un cuore semplice. Tutto ciò che sembra complesso può diventare semplice». Davvero «pas problem». Davvero Signore non ti dimentichi di me. Anzi te ne prendi cura in un modo che mi fa commuovere. Spengo i pensierì e mi lascio cullare dalla tua parola: “Restez dans cette maison, mangeant et buvant ce que l’on vous sert; car l’ouvrier mérite son salaire”. E’ scritta per me? Restare. E’ il verbo della vita che si incarna. E’ il tuo verbo. E’ il mio verbo qui.

E allora eccomi. Resto a vivere quest’altra avventura, con Te, nella tua casa dove mi è chiesto di entrare piano piano, con delicatezza, con discrezione. Ma senza paura. Perché è la casa di Dio, ma è anche la casa di un padre, il mio. Mentre con i miei piedi bianchi attraverso il sentiero di mattonelle marroni che passa davanti alla cappella e conduce alla mia camera, scopro per caso una scritta. E’ buttata là a terra. La intravedo nella penombra della sera che avanza. E’ la sera della vita. E’ la sera dei discepoli di Emmaus che ti riconoscono solo nella comunione. E’ la mia prima sera al monastero. E tu ancora una volta mi sorprendi con la tua presenza: «Je vous garderai toujours». Non la traduco. La lascio penetrare lentamente nel cuore. E’ vera per me. Mi auguro che possa essere vera per tutti. Il tuo «sempre» mi lascia senza parole. E un grazie sale nella sera, è la mia piccola stella che appendo nel cielo. Il tuo cielo che mi ospita con le sue grandi luci africane.

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