L’avevano preannunciato, dall’Associazione Arena Sferisterio, e la promessa è stata mantenuta. La prima di «Otello» che ieri sera, 22 luglio, ha aperto la stagione 2016 del Macerata Opera Festival ha saputo coinvolgere ed emozionare il pubblico, italiano e straniero, convincendo la critica, nazionale e internazionale.

IMG_4107Anche quest’anno, dunque, un plauso al direttore artistico Francesco Micheli che ha inaugurato una delle tre produzioni messe in scena sul tema del «Mediterraneo» rispettando la tradizione senza perdere di vista quel tocco di originale inventiva che ha caratterizzato, fin da subito, i suoi festival.

Emoziona lo spettacolo in sè, in cui la psiche, il sentimento e le dinamiche relazionali giocano un ruolo centrale attraverso una regia curata in ogni dettaglio, a ribadire l’inesorabile declino umano del protagonista Otello, il talentuoso americano, verdiano doc Stuart Neill, che da valente eroe di Cipro si trasforma in assassino accecato dalla proverbiale gelosia.

Emozionano i flutti e quelle correnti marine perfettamente riprodotte tramite video proiezioni sul maestoso muro dell’arena maceratese, a raccontare una tragedia antica che si riflette, come uno specchio d’acqua, nella drammatica attualità del presente, mentre sul palco sono rapidi e live i cambi di scena in cui impera il Leone di Venezia – simbolo del potere che il generale Otello ha contribuito a rafforzare – e si muovono i tre imponenti pannelli mobili – 45 metri di lunghezza e 9 di altezza – azionati dalla tattica diabolica dell’avversario Jago, un eccezionale Roberto Frontali che ben si alterna al debuttante tenore di Porto Sant’Elpidio (classe 1986) Davide Giusti, ottimo interprete di Cassio la cui innocenza, nell’atto finale, viene svelata per voce della brava Tamta Tarieli, l’Emilia ancella di Desdemona.

Jessica Nuccio nei panni di un'emozionante Desdemona (foto Alfredo Tabocchini)
Jessica Nuccio nei panni di un’emozionante Desdemona
(foto Alfredo Tabocchini)

È lei, di fatto, la straordinaria, sensuale dolcezza di Jessica Nuccio, già apprezzata lo scorso anno allo Sferisterio, a commuovere il pubblico – superba nella recita dell’Ave Maria, prima di morire –  e a conquistare gli apprezzamenti migliori. Lei, come sottolineato anche dal direttore artistico durante l’inaugurazione ufficiale del Mof alla presenza di Massimo Bray (leggi Qui il servizio), che non smette di ribadire ciò che, nonostante tutto, nutre nell’anima per il suo amato, mossa, appunto, dal più nobile dei sentimenti.

«Ed io vedea fra le tue tempie oscuore Splender del genio l’eterea beltà. E tu m’amavi per le mie sventure Ed io t’amavo per la tua pietà», canta Desdemona all’ossessionato marito capitano che dagli isolani, dopo la sconfitta della flotta turca e il superamento della terribile tempesta, è acclamato con esultanza.

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La storia, è noto, si chiude con la morte ingiusta e atroce architettata dalla vendicativa mente di Jago, ma è l’amore a far da padrone negli accesi dialoghi tra Otello e la sua sposa creduta fedifraga. Quell’amore tanto caro a William Shakespeare a cui – e va fortemente sottolineato – lo spettacolo numero uno del Mof ha reso vivo tributo, nell’anno a lui dedicato.

Il genio inglese “respira”, infatti, e si rende immortale in più di un dettaglio scenico. Si rincorre attraverso i movimenti scattanti e decisamente ben studiati del gruppo dei sei bravissimi mimi in versione dark e ammalia nei sonetti impressi sullo sfondo, a rammentarci che, ieri come oggi, è la passione, fatta di fedeltà tradita e di verità taciute, a muovere il mondo e ad animare, purtroppo, mani omicide che hanno per vittime le donne.

Non era scontato allestire la penultima opera di Giuseppe Verdi basata sul libretto di Arrigo Boito, eppure, quello che poteva rischiare di apparire un dramma troppo impegnativo e, oseremmo dire, noioso, si è rivelato vincente, in cui l’eredità dei «padri», come Micheli ama definire i grandi artisti del passato, è stata colta, sapientemente e con raffinata, allenata competenza, dai maestri di oggi.

Il regista spagnolo Paco Azorin
Il regista spagnolo Paco Azorin

Il regista Paco Azorin riesce indubbiamente a farsi portavoce esperto del lavoro che segna la maturità di Verdi e lo ha dimostrato ampiamente nella calda serata di ieri. Lo fa ponendo l’accento, come già anticipato su Emmausonline (leggi Qui), sulle fragilità che caratterizzano l’essere umano e, in linea con il tema scelto per il Mof 2016, sul tema della discriminazione razziale e del conflitto sociale che emerge sulle sponde del mar Mediterraneo, profonda cornice in cui continuano a consumare morti orrende.

Azorin, nato nel 1974 a Yecla, nella Murcia spagnola, e formatosi presso l’Institut del Teatre de Barcelona, da regista e curatore delle scene conosce bene il teatro shakespeariano e il suo «Otello» – come coproduzione Macerata Opera e Festival Castell de Peralada che ha già conquistato il Premio Campoamor della critica spagnola come migliore produzione 2015 – segna il debutto del regista nel repertorio verdiano.

Roberto Frontali, un più che convincente Jago del dramma verdiano (foto Alfredo Tabocchini)
Roberto Frontali, un più che convincente Jago del dramma verdiano
(foto Alfredo Tabocchini)

Nella sua proposta maceratese, è il nero di Francisco Goya a fare da sfondo alla scena e l’azione è ritmata da un moto dell’acqua più che realistico, che si rinvigorisce seguendo la violenza delle azioni fino a portar via tutto e placarsi solo quando lo scempio si è consumato. Quindi, la scelta di mettere in luce la figura di Jago, come accennato, vero artefice della sinossi da cui dipendono le sorti e le gesta degli altri personaggi, in particolare di Otello. La sua perfidia, infatti, cresce di pari passo e trae linfa vitale dalla fragilità del rivale, la cui forza si tramuta in miseria a causa della paura di perdere Desdemona per differenza di età, censo ed etnia.

Intrighi e disgrazie che prendono forma attraverso le note e i volti di un cast azzeccato, spiegati poi da una scenografia superba, tutto fuorchè retorica, e resa decisamente ingegnosa dai bozzetti e dalle immagini – vedi il salice piangente, a far da sfondo alle sofferenze della donna – che scandiscono la misura del dolore e della cattiveria che, come nei secoli antichi, continua ad albergare nel cuore e nell’esistenza dell’uomo.

«Ed io vedea fra le tue tempie oscuore Splender del genio l’eterea beltà. E tu m’amavi per le mie sventure Ed io t’amavo per la tua pietà», canta Desdemona al geloso Otello

(foto èTv Macerata)
(foto èTv Macerata)

La tragedia di Shakespeare, si sa, non è un titolo ricorrente nella programmazione dello Sferisterio, ma ha segnato pagine importanti nella storia dell’Arena Maceratese. La prima produzione è datata 1967, anno che vede il ritorno dell’opera allo Sferisterio dopo l’interruzione del 1922, con la regia di Gian Carlo Del Monaco. Quindi il 1980: è la volta di Guy Chauvet, Silvano Carolli e Lella Cuberli che portano in scena il dramma di Verdi sotto la direzione di Ettore Gracis per la regia di Dario Dalla Corte. L’ultima rappresentazione è invece del 1999, con Renato Bruson nei panni di Jago, per la regia di Philippe Arlaud.

Il Maestro Riccardo Frizza (foto Alfredo Tabocchini)
Il Maestro Riccardo Frizza
(foto Alfredo Tabocchini)

In buca, a sposare in modo efficace l’esibizione dei protagonisti, l’Orchestra Regionale delle Marche diretta da una delle bacchette italiane più presenti nelle stagioni d’opera dei tre continenti: Riccardo Frizza. A Carlo Morganti invece il compito di guidare il Coro Lirico Marchigiano «Vincenzo Bellini». Sul palcoscenico, inoltre, il Coro di voci bianche Pueri Cantores «D. Zamberletti»: la performance è stata arricchita anche dal complesso Banda «Salvadei».

Un autentico «lavoro di squadra», come già sottolineato in conferenza stampa è, nel concreto, ciò che è andato in scena nella prima delle serate previste dal programma, con un nitido intento che si riassume nel volume di sala consegnato agli spettatori e stampato in 2899 copie: una per ogni persona inghiottita dal Mediterraneo dall’inizio del 2016.

«Le sponde del nostro mare – è scritto, a chiare lettere, nel frontespizio – sono ancora una volta scenario di una crisi umanitaria di gravità e durata straordinaria: moltitudini di uomini scappano dalle violenze in Siria, Iraq e Libia, dalla Repubblica Centroafricana, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo, dalle controverse vicende di Somalia, Eritrea e Ucraina, Afghanistan e Pakistan. A pagare il prezzo più alto c’è un esercito di vittime innocenti, disposte a rischiare la vita per un’esistenza migliore».

Dal backstage, uno scatto delle prove di «Otello» (foto Alfredo Tabocchini)
Dal backstage, uno scatto delle prove di «Otello»
(foto Alfredo Tabocchini)

Certo, far notizia, non poteva non essere la presenza di due politici illustri quali Romano Prodi ed Enrico Letta, amici della città venuti ad omaggiare uno dei festival più prestigiosi che il territorio vanta. Come da “copione”, poi, a colorare la cronaca è stata la presenza esclusiva dei maggiori industriali marchigiani e sponsor del Mof, dei novelli Mecenati, del governatore Luca Ceriscioli, presente assieme all’assessore Angelo Sciapichetti, dell’onorevole deputato PD Irene Manzi e delle principali istituzioni cittadine che, assieme alle maggiori autorità civili e militari, sono state galantemente accolte nel parterre dal sindaco di Macerata, Romano Carancini, perfetto padrone di casa in veste di presidente dell’Associazione Arena Sferisterio, assieme al vice presidente e presidente della Provincia di Macerata, Antonio Pettinari.

«Le sponde del nostro mare sono ancora una volta scenario di una crisi umanitaria di gravità e durata straordinaria. A pagare il prezzo più alto c’è un esercito di vittime innocenti, disposte a rischiare la vita per un’esistenza migliore»

Tutto, si sa, quando si apre una nuova stagione lirica all’arena Sferisterio, concorre a far parlare del nostro capoluogo e delle sue immense ricchezze, artistiche e culturali.

Ieri sera, però, a rendere unica l’overture della 52esima pagina del Mof, più che i vip, sono stati gli applausi sinceri della gente, melomani e non solo, giovani e meno giovani, per un’opera di spessore magistralmente realizzata, nel ricordo di quanti, da quello stesso tragico, ammaliante, affascinante eppure fatale Mare Nostrum vengono inghiottiti mentre viaggiano alla ricerca, nella speranza di un domani migliore.

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