Lo stupore è in gran parte, se non tutto, “intrecciato” lì, in quel groviglio non casuale bensì creato ad arte a simboleggiare il districato destino dell’esistenza in cui i personaggi si muovono, fino alla tragica sorte.

Strappa, ancora, applausi convinti e calorosi, la «Norma», seconda opera proposta dal cartellone 2016 del Macerata Opera Festival – coprodotta con la Fondazione Teatro Massimo di Palermo (dove andrà in scena nel febbraio 2017) – dopo uno spettacolare «Otello» (Qui il servizio) che ha unito i pareri di critica e di pubblico: numerosi, come per la prima di questa stagione lirica incentrata sul tema del «Mediterraneo», gli spettatori stranieri, dai melomani più appassionati a famiglie intere con bambini già avvezzi ad una forma d’arte ampiamente “sdoganata” nella città che vanta una delle arene più suggestive d’Italia.

(foto Sferisterio)
(foto Sferisterio)

Anche ieri sabato 23 luglio, infatti, come promesso dal direttore artistico Francesco Micheli – attento come sempre, con il suo inconfondibile piglio, nel salutare ospiti e stampa accreditata anche dall’estero – lo Sferisterio ha potuto godere di una serata ad alto tasso di emozione e talenti messi in scena nell’opera (tanto impegnativa quanto affascinante, per trama e musicalità) del compositore catanese Vincenzo Bellini, su libretto di Felice Romani.

Uno Sferisterio al completo anche per la seconda serata del Mof 2016
Uno Sferisterio al completo anche per la seconda serata del Mof 2016

Come nell’«Otello» architettato dallo spagnolo Paco Azorin il mar Mediterraneo, leitmotiv antico e moderno della kermesse di quest’anno mediterraneo, si incarna nelle possenti videoproiezioni che accompagnano lo sguardo dall’inizio alla fine della tragedia, in «Norma» è la foresta dei druidi con cui si apre il dramma, in una scena dominata da una fitta rete di corde, ad evocare il tema della 52esima edizione operistica e quella diversità di cui il Mare Nostrum è custode. Prima ancora dell’esibizione, straordinaria, di tutto il cast, è la scenografia, difatti, oltre ai costumi, a meritare un plauso particolare, perchè capaci di esprimere al meglio le intenzioni dei registi Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi, originari, anch’essi, di un Sud orgoglioso e irresistibile.

I registi sicialini Di Gangi e Giacomazzi (foto Alfredo Tabocchini)
I registi sicialini Di Gangi e Giacomazzi durante le prove in arena (foto Alfredo Tabocchini)

Figli di un Mediterraneo e di una Sicilia fiera in cui l’esistenza si dimostra realmente più forte di qualsiasi ostilità, i due curatori individuano, prima nei tessuti, strappati dal gruppo degli uomini per farne drappi che saranno poi riannodati dalle donne, quindi nel muro, il senso più profondo di una storia che vede l’animo femminile, ancora una volta protagonista assoluto, con i suoi sentimenti complessi e i suoi tormenti da annientare. Di Gangi e Giacomazzi, come spiegato dai vertici del Mof alla vigilia della rappresentazione, «quale metafora di un mondo ideale distorto», interpretano il muro «come simbolo di divisione e, al contempo, di protezione della propria identità». A valorizzarne la creatività, fin dalla genesi dell’allestimento, ci pensano le opere – così essenziali, eppure capaci di impreziosire il palcoscenico – di Maria Lai, l’artista sarda «in cui la mediterranea passione di una donna piccola e fragile, ma dall’animo potente, ascolta il muro di Ulassai per proseguire nella sua opera».

Il soprano Maria Josè Siri nei panni di Norma (foto Alfredo Tabocchini)
Il soprano Maria Josè Siri nei panni di Norma
(foto Alfredo Tabocchini)

La sacerdotessa Norma si fa, pertanto, donna determinata quanto fragile, indiscussa tessitrice della propria fatalità e di un muro da abbattere. Un muro che, appunto, ingloba in esso un bosco sacro a dir poco claustrofobico, fatto di barriere e protezioni alte e inutili.

Facendo ancora cenno alla sinossi, guidati da un’esecuzione canora che vede il Coro lirico marchigiano «V. Bellini», anche stavolta, pienamente all’altezza delle aspettative sotto la direzione del Maestro Carlo Morganti, scopriamo una Norma che lotta contro la struttura sociale in cui si trova per amore del romano Pollione, rimanendone però soffocata, in quanto additata come colpevole di peccato, lei che dovrebbe essere detentrice di purezza. Norma e Pollione, dunque, appaiono, più che mai, un uomo e una donna imprigionati nelle loro diversità, da cui, tuttavia, è sgorgata la speranza. La coppia, vestita di bianco in un’aura quasi celestiale, apre infatti la scena con i piccoli protagonisti che interpretano i due figli vittime di un destino più grande di loro. I due figli sono pertanto la toccante e tenera dimostrazione che la vita, l’amore possono essere più vincenti di qualsiasi sordo e cocciuto muro.

A trasmettere il messaggio di fondo, che trapela dal coinvolgente disegno di luci curate da Luigi Biondi, che illuminano e fanno vibrare le dinamiche azioni dei personaggi principali così come dei guerrieri, sono le voci di grande levatura degli interpreti.

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A partire da quella portentosa di Maria Josè Siri, il bel soprano che nelle vesti dell’innamorata Norma ha incantato la platea grazie al suo carisma scenico e una gestualità decisamente aggraziata in grado di sposare ogni nota. Uruguayana, interprete tra le più richieste, sarà lei, il 7 dicembre, ad aprire la stagione del Teatro alla Scala di Milano con «Madama Butterfly» di Puccini.

Il ruolo di Pollione appartiene invece al bravo Rubens Pellizzari, mentre Nicola Ulivieri è Oroveso, padre della veggente Norma. Gradito ritorno all’arena Sferisterio anche per la convincente Sonia Ganassi, che impersona Adalgisa, mentre Rosanna Lo Greco presta volto e melodia alla fedele balia Clotilde. Nel ruolo di Flavio, amico romano di Pollione, Manuel Pierattelli.

Uno scatto dal backstage, con Sonia Ganassi, presenza ormai consolidata a Macerata e interprete quest'anno di Aldagisa (foto Alfredo Tabocchini)
Uno scatto dal backstage, con Sonia Ganassi, presenza ormai consolidata a Macerata e interprete quest’anno di Aldagisa
(foto Alfredo Tabocchini)
Pellizzari in prova al Mof (foto Alfredo Tabocchini)
Pellizzari in prova al Mof
(foto Alfredo Tabocchini)

Nel video di èTv Macerata, ecco alcuni dei momenti più emozionanti dell’esecuzione, tra cui la celebre aria Casta Diva magistralmente interpretata dalla Siri:

A Federica Parolini, presenza ormai stabile a Macerata con «La Bohème» “sassantottina” di Leo Muscato del 2012 – ripresa con successo lo scorso anno – il compito di gestire le scene in cui la luna, soggetto divino di riti ancestrali, il recinto delle vergini, il sacrilegio di una castità non rispettata e, infine, i ceppi e gli arbusti che lasciano immaginare il rogo mortifero, regolano le sorti di questa storia dell’antica Gallia. La sua idea illustra, di fatto, «i tratti di un’immensa istallazione d’arte contemporanea» ispirata alle opere della Lai, diventando così «parte di un’azione performativa», come preannunciato dallo staff dell’Associazione Arena Sferisterio.

La cura delle scene è affidata a Federica Parolini (foto Alfredo Tabocchini)
La cura delle scene è affidata a Federica Parolini
(foto Alfredo Tabocchini)

I costumi, invece, di notevole pregio, sono di Daniela Cernigliaro, che ha già collaborato con Francesco Micheli in «Candide» a Firenze e a gennaio sarà impegnata in «Attila» al Comunale di Bologna. Tra il candido bianco che contrasta con i voti infranti agli dèi e i toni aranciati delle schiere dei galli, emerge un tocco che non è certo passato inosservato.

IMG_4117Gli abiti di scena sono stati realizzati infatti in sinergia con l’Accademia di Belle Arti di Palermo, adoperando oltre 5mila metri di cordini, fettucce e filati lavorati a mano e intessuti su telaio da un gruppo di nove studenti. Una curiosità, inoltre, per gli amanti del dettaglio: gli intrecci degli abiti dei barbari sono stati creati con le corde dismesse della graticcia dello stesso Teatro Massimo.

 

Non da ultima, chiaramente, una lode più che meritata alla direzione musicale dell’opera affidata a Michele Gamba, il trentaduenne giovane direttore assistente di Daniel Barenboim e collaboratore di Tony Pappano, alla ribalta della cronaca, nel marzo scorso, per la sostituzione lampo ne «I due Foscari al teatro scaligero». L’esecuzione musicale, molto apprezzata, come noto, è affidata alla Fondazione Orchestra Regionale delle Marche e al complesso di palcoscenico Banda «Salvadei».

Il giovane direttore d'orchestra Michele Gamba (foto Alfredo Tabocchini)
Il giovane direttore d’orchestra Michele Gamba
(foto Alfredo Tabocchini)

Nei due atti si consuma, così, inghiottita dal rosso che infiamma lo Sferisterio maceratese, la tragedia di Norma, sacerdotessa colpevole che va incontro al fuoco con il suo amato proconsole che non raggiungerà mai Roma. Insieme, si gettano verso la sorte che chiude il cerchio della sofferenza ma non spegne quell’istinto materno che rende questa donna così umana. «Ah! Padre!… Un prego ancor. Deh! Non volerli vittime del mio fatale errore… Deh! Non troncar sul fiore quell’innocente età». Con queste parole Norma supplica il padre Oroveso, affidandole i suoi bambini e «là più puro, là più santo incomincia eterno amor» recita con Pollione prima di essere avvolti dal rogo, consacrando, nel trittico delle tre opere prescelte per questo festival, il sentimento umano quale unico, immortale nodo dell’esistere.

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