Uno sguardo di intesa che sa di parole già dette e la notte a Lomè si spalanca in tutta la sua verità, tra luci e ombre tutte da scoprire. Impossibile farlo da soli. Il venerdì precedente, come al solito, fr. Tiburce mi viene a prendere al monastero dello clarisse. Sono lì tutta la settimana a condividere la vita, l’italiano, la preghiera, il calore di giorno e la frescura di notte, e qualche innocuo animaletto che ha deciso di condividere la stanza con me. Ma il fine settimana torno in città.

Il monastero di Santa Chiara è a Akepè, sulla strada che porta a Kpalimè, in un posto fuori dal mondo ma dentro il regno di Dio. Questo è di un’evidenza che travolge. Tiburce arriva puntualissimo, io guardo l’orologio al polso e capisco che è l’ora di salutare Pierre. E’ il giovane che viene a studiare italiano tutti i giorni, con la sua moto, le sue scarpe infilate quasi per sbaglio ai piedi e un sogno: andare in Italia a studiare in seminario. Arriva con il suo italiano un po’ “melange”, ma si vede che ha grinta e determinazione, insieme ad una memoria davvero efficace. Mi fa tenerezza e mi riporta alle mie iniziali fatiche. Mi faccio un po’ tenerezza anche io. E’ un tempo speciale quello che condivido con lui: io e il mio francese stentato, lui e le sue parole che cercano una via per dar vita al suo futuro.

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Camminiamo insieme con quella semplicità propria di questa terra che non mette barriere, mai, e per un po’ ti rende compagno di strada dentro un sentiero di cui nessuno conosce bene la méta. Ha un piccolo costo fare italiano con lui, ma ne vale la pena: il mio riposo dopo la lezione con le suore e finire in pasto alle zanzare che ormai mi hanno scelto come cibo serale preferito. Facciamo italiano nell’apatam di fronte alla cappella, in uno spazio senza pretese, così, una accanto all’altro, qualche foglio volante, un dizionario e la voglia di imparare; e mentre il sole scende per accogliere la sera, nella notte che pian piano ci avvolge prendono vita insetti di ogni tipo. L’apatam, infatti, è circondata da una folta vegetazione che anche di notte è regno di animali. Pierre riprende la sua moto. Lo vedo allontanarsi lungo il viale polveroso. Lui, le sue scarpe che sgusciano via e i suoi sogni attaccati alla vita. Su quel viale polveroso mi avvio anche io, e per la strada che mi riporta in città le parole pian piano precedono i pensieri. Tiburce è un frate da conoscere: lo sguardo furbo, l’orecchio attento a captare le mie parole, il sorriso che ti apre al suo mondo, un desiderio di vita che traspare ad ogni gesto. Lavora alla curia francescana.

«Io e Pierre, il giovane che viene a studiare italiano tutti i giorni, camminiamo insieme con quella semplicità propria di questa terra che non mette barriere, mai, e per un po’ ti rende compagno di strada dentro un sentiero di cui nessuno conosce bene la méta. E’ un tempo speciale quello che condivido con lui: io e il mio francese stentato, lui e le sue parole che cercano una via per dar vita al suo futuro»

Fin dal primo momento in cui l’ho incontrato ho sentito che qualcosa ci avrebbe unito. E infatti così è stato. Il suo modo ironico e libero di vedere la vita trova facile accesso nella mia anima. In modo sorprendente riusciamo a farci delle belle chiacchierate. Mi piace ascoltarlo mentre racconta della sua terra. Togolese di impegno ecclesiale ma del Benin di nascita. Parla bene anche l’inglese che non nasconde essere la sua lingua preferita. Lui racconta, spiega, si sforza di trovare le parole più facili per me e io un po’ comprendo e un po’ intuisco. Un po’ forse invento. Ma lui ha certo una grande dote, la pazienza.

La strada che porta a Lomè è una strada molto transitata, ma stretta e affollata, soprattutto di moto che svicolano da tutte le parti. Di notte percorrerla non è facile, nessuna luce se non quella di qualche baracca ai margini della strada, qualche insegna fatiscente e delle macchine che dall’altro lato della strada ti abbaiano senza preoccupazione alcuna. Tiburce guida con tranquillità. Conosce la strada e la sua terra. Nel tragitto che si allunga un po’ per via del traffico parliamo di tutto. Della politica in Togo, delle tradizioni del villaggio. Delle religioni presenti in Africa, della fatica e della bellezza di essere un uomo di Dio, della vita a Lomè. E ha aggiunto che Lomè va incontrata anche di notte, nella sua vita giovane, nella sua vita di strada.

Penso che sono proprio fortunata ad entrare in Africa con chi la conosce e precede i miei passi. Così il sabato arriva e, dopo una bella chiacchierata con Fr. Virgile, lo sguardo simpatico di Tiburce preceduto da un «andare a Lomè?» mi rapisce e mi immerge per le vie della città. Sabato di notte africana. Il cuore è rapito e confuso. Il viaggio inizia.

Lomè è la capitale del Togo, una città importante, di attività e di commerci: di giorno è piena di traffico e rumori, di gente che va, di calore e colori. La notte è una città che non ti aspetti di incontrare. Le strade sono deserte, tutto è avvolto in un buio e in un silenzio quasi surreali. Ma come sempre ciò che non si vede non è detto che non esista. Anzi nel buio della notte c’è tutta una vita da scoprire. Una vita misteriosa che se qualcuno te la rivela riesci per un po’ a intravedere. Percorriamo in macchina tutta la città. Costeggiamo la spiaggia, con il suo oceano che si intravede tra le palme scure sotto il chiarore della luna.

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La spiaggia ad esempio non è affatto deserta. Anzi, di notte si popola degli abitanti del mare, bambini e donne senza dimora. Se osservi bene vedi la superficie dorata della spiaggia ricoperta di teli colorati, di grandi pentoloni fumanti, di corpi ammassati che cercano riposo e un po’ di calore. C’è un’altra faccia di Lomè. Tiburce mi dice che sono tanti a non avere dimore fissa, soprattutto bambini. I bambini della strada, quelli che di giorno trovi con le mani piene di oggetti da acquistare e da mangiare, che ai semafori si avvicinano per pulirti i vetri. Quelli a cui di giorno strappi anche un sorriso, di notte si smarriscono nel buio della spiaggia. Una spiaggia inaccessibile.

Passare lì è accettare la propria condanna, soprattutto se sei bianco. La povertà estrema rende tutto più pericoloso. Le mani al volante ogni tanto si sollevano per indicare la strada. Ci avviciniamo al porto: sembra una città spaziale. C’è una leggera nebbia di fumo e vapore che rende la vista poco nitida. Tutto è immobile, ma la distesa di moto a macchine nel parcheggio del porto parla di una vita che intensa si muove al di là del perimetro che delimita lo spazio portuale.

La strada continua, attraversiamo alcuni quartieri anch’essi avvolti nell’oscurità. Tiburce rallenta un po’ e mi spiega che siamo a «Be»: non so se sia davvero il suo nome. E’ quello che sono riuscita a captare. E’ il quartiere nei pressi dell’aeroporto. Un quartiere rivoluzionario: è da lì che nascono tutte le contestazioni contro il governo. Un quartiere estremamente povero. Ma la miseria che lui descrive fa contrasto con la strada illuminata e asfaltata che attraversa il quartiere. Ai lati case di mattoni e baracche. Non si vede nulla, tutto tace. Ma Tiburce dice che dietro questa facciata di normalità c’è una povertà che fa rabbrividire. Il nulla nelle case di questa gente, nulla se non la voce della disperazione che ogni tanto si alza a chiedere una vita diversa.

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La notte avanza fino ad un piccolo locale. Siamo in un’altra zona, più tranquilla e meno povera. Un parcheggio improvvisato. Tavolini e sedie sulla striscia di terra che si apre accanto alla strada fanno prefigurare un luogo di ritrovo. Ci fermiamo a prendere qualcosa da bere. C’è pochissima gente. Sul tavolo una campanella per chiamare qualcuno che forse arriverà. Una strana sensazione di estraneità sale dentro. Ho in mente le tante immagini dei sabati italiani, pieni di gente, di vita, di luci, di musica. In questo piccolo locale all’aperto c’è solo polvere che si alza, qualche luce in lontananza, e il passo leggero di una ragazza che si avvicina per chiederci da bere. Le parole del mio compagno di serata si stampano dentro con forza. «Bella l’Africa, eh! Questo mi piace, la sua libertà, i suoi spazi aperti e senza confini». Non so se le parole siano state proprio queste ma certo questo ho letto nei suoi occhi. L’amore vero e profondo per la sua terra di libertà.

«In questo piccolo locale all’aperto c’è solo polvere che si alza, qualche luce in lontananza, e il passo leggero di una ragazza che si avvicina per chiederci da bere. Le parole del mio compagno di serata si stampano dentro con forza. “Bella l’Africa, eh! Questo mi piace, la sua libertà, i suoi spazi aperti e senza confini”…»

La notte finisce così… su quella distesa di libertà, con due bicchieri in mano, due vite diverse che cercano di capirsi e di scoprirsi. Un frate africano, una donna consacrata europea. Una distanza immensa, ma che nella notte togolese trova facili sentieri di contatto. Piace anche a me questa terra africana, soprattutto per il suo animo di speranza, per la sua fiducia in ogni giorno che arriva. Se qualcosa non ce l’hai o non è arrivato, non è un no che chiude la strada al desiderio, ma un innocente «pas ancor», non ancora. E in queste due parole è racchiuso tutto un programma di vita. La vita che pian piano si apre davanti a me. Un modo di vedere che Tiburce descrive con un’immagine di una verità e semplicità disarmanti: la lascio cadere nel bicchiere di questa mia notte africana. La sorseggio con delicatezza per non perdere neanche un goccio del suo intenso sapore. «La vita per noi è una ruota che gira, gira sempre e quello che non prendi oggi, comunque domani arriva». Pas ancor? Domani arriva.

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