Siamo un Paese di «cicciottelli»?

Noi stiamo con Guendalina, Claudia, Lucilla e Alexa. Dalla parte dei cicciottelli, come di tutti quelli che non corrispondono ai criteri omologanti del “pensiero unico”, pur essendo in questo caso la maggioranza

Con o senza riforma elettorale, in Italia un ipotetico partito dei cicciottelli avrebbe sicuramente la maggioranza assoluta. Del resto, in questi giorni d’agosto, basta fare un giro per le spiagge “normali”, non quelle esclusive frequentate dai vip (e anche lì, comunque…), per rendersi conto che siamo un Paese di cicciottelli.

Motivo per cui la vicenda delle tre arciere azzurre a Rio e del titolo che è costato il posto a Giuseppe Tassi, direttore di Qs (la testata che si occupa di sport per il fascicolo comune di Resto del Carlino, Nazione e Giorno), risulta veramente stonata. Per chi ancora non avesse avuto modo di leggerlo (quasi impossibile), il titolo era il seguente: «Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico». Ora, in questa sede non vogliamo addentrarci nel caso giornalistico-editoriale che pure ha la sua concreta rilevanza. Vorremmo piuttosto allargare il discorso e provare a ragionare senza superficialità, e tuttavia con un pizzico di leggerezza, su una questione che non ha a che fare soltanto con il nostro girovita.

Dal titolo bisogna pur partire. Onestamente non sembra pensato per offendere. Ma perché identificare Guendalina Sartori, Claudia Mandia e Lucilla Boari con una caratteristica che non ha nulla a che fare con la loro bravura sportiva, quella che le ha portate a competere per il bronzo nella gara olimpica di tiro con l’arco femminile a squadre? E poi che caratteristica è se le accomuna alla maggioranza dei nostri connazionali, maschi e femmine? Vabbè, si potrebbe obiettare, ma siamo alle Olimpiadi e quindi nel regno degli atleti dai corpi scultorei e dai muscoli saettanti. Di rimando: sì, ma che c’entra il peso corporeo con il tiro con l’arco…

L’impressione è che questo percorso dialettico non porti da nessuna parte. Le polemiche non servono quasi mai a chiarirsi le idee. Forse il punto vero è che dovremmo cercare di recuperare tutti – nel dibattito pubblico come nelle conversazioni personali – un rapporto più sereno con il corpo, il nostro e quello altrui. Intorno a questo tema, e a quello per molti versi connesso dell’alimentazione, nelle società opulente (per buona parte dell’umanità il problema non è quanto e che cosa mangiare, ma semplicemente avere qualcosa da mangiare) si sono addensate delle forme di integralismo ideologico che come tutti i fenomeni analoghi tendono a produrre meccanismi di intolleranza e di esclusione.

Questi meccanismi a volte assumono aspetti acuti e plateali, molto più spesso si insinuano sottilmente dove meno li si aspetterebbe. Prendiamo il caso delle Olimpiadi, l’evento sportivo per eccellenza in cui le differenze di persone e di popoli si manifestano come una ricchezza corale senza gli eccessi di faziosità del tifo calcistico. Ebbene, colpisce che il tabù del cicciottello colpisca anche in questo contesto. Ne sa qualcosa, oltre alle azzurre del tiro con l’arco, anche Alexa Moreno, una ventunenne messicana che ha gareggiato nella ginnastica artistica – scusate se è poco – e su internet è stata bersaglio di insulti per la sua linea morbida.

Noi stiamo con Guendalina, Claudia, Lucilla e Alexa. Dalla parte dei cicciottelli, come di tutti quelli che non corrispondono ai criteri omologanti del “pensiero unico”, pur essendo in questo caso la maggioranza. Però vorremmo dirlo con il sorriso e senza il timore che qualche saccente si alzi per accusarci – chissà – di promuovere stili alimentari non corretti. E senza che a Rio questo ci impedisca di ammirare anche le prodezze di chi cicciottello non è.

Stefano De Martis

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