Il 24 agosto 2016 ha segnato in maniera indelebile diverse diocesi del Centro Italia: Rieti, Ascoli Piceno, Spoleto-Norcia, Macerata, Camerino, San Benedetto del Tronto, L’Aquila, Teramo e Fermo. Con i vescovi di queste Chiese locali abbiamo ripercorso i dodici mesi appena trascorsi. Accompagnati dalla certezza espressa dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei: «La solidarietà dell’intera Chiesa italiana non verrà mai meno» (leggi qui l’articolo).

Mons. Marconi (foto Agensir)

Macerata. Mons. Marconi: “Autorità civili centrali non aiutano molto” ed “enti ecclesiastici non possono muoversi autonomamente”.
La diocesi di Macerata, Tolentino, Recanati, Cingoli e Treia è stata pesantemente colpita nelle persone e nelle strutture: tutto il centro di Macerata e non solo, tutto il centro di Tolentino e non solo, Colmurano, Urbisaglia, Pollenza, Treia, Cingoli, Appignano, Montelupone, Recanati, Montecassiano. Tra le 67 parrocchie in diocesi, dei 300 luoghi di culto piccoli e grandi, circa 140 sono inagibili, alcuni parzialmente inagibili ed altri utilizzabili solo in parte. Le strutture che hanno retto al violento urto di un anno fa sono, in quasi tutti i casi, quelle moderne che non hanno subito conseguenze.

Il vescovo è senza cattedrale, delle quatto concattedrali, tre sono chiuse, una parzialmente utilizzabile. Molti sono i luoghi dove le celebrazioni delle messe sono organizzate in tendoni o in altri locali messi a disposizione dalle autorità civili oppure da fedeli. Le comunità sono sfaldate e spesso rimaste senza punti di riferimento ma stanno reagendo e piano piano stanno rimettendosi in piedi. Soprattutto gli anziani sono quelli che hanno subito di più il colpo, abituati com’erano a partecipare alla Messa quotidiana e ora impossibilitati perché non c’è più la disponibilità delle chiese.

«La ricostruzione sta partendo ma tutto molto, troppo, lentamente. Siamo solo alla fase, si fa per dire, dopo un anno a oggi della messa in sicurezza – dichiara il vescovo Marconi -. Oltre la messa in sicurezza per non perdere i beni di maggiore importanza oggi stanno per partire almeno quattro lavori di ripristino di quattro luoghi di culto: la chiesa di San Giuseppe a Sforzacosta di Macerata, la chiesa di Moscosi di Cingoli, la chiesa di San Michele in Treia e la chiesa dei Santi Vito e Patrizio di Chiesanuova in Treia. Le autorità civili centrali non aiutano molto in questo processo, è tantissimo quello che ancora deve partire. Sono state fatte delle leggi che non permettono agli Enti Ecclesiastici di muoversi autonomamente, addirittura in alcune situazioni il ministero dei Beni e Attività Culturali è entrato “dentro casa nostra” senza neanche comunicare niente».

Mons. Pompili (Foto Agensir)

Rieti. Mons. Pompili: Chiesa in prima linea negli aiuti. Appello agli italiani, «continuate a starci accanto».
«La prima cosa è stata ascoltare i bisogni delle persone e lasciarsi provocare dal loro dolore, farsi stanare dalle loro richieste, distinguendo quelle autentiche da quelle fittizie. La concretezza dei nostri interventi è derivata proprio dall’aver percepito con forza la fatica delle persone. L’ascolto delle persone ci ha suggerito la modalità della risposta».

Così il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, in un’intervista al Sir, parla dell’impegno della Chiesa italiana e locale, a un anno dal terremoto del 24 agosto 2016. «Credo che la popolazione terremotata abbia visto la vicinanza della Chiesa, interpretata di volta in volta da tanti operatori, Caritas, frati, parroci e nei tanti aiuti donati. Vicinanza che è stata anche una grande opportunità di incontro». La visita di papa Francesco il 4 ottobre 2016 è stata molto significativa e, afferma il vescovo, «ci ha lasciato uno stile da preservare fatto di concretezza, semplicità e di spiritualità. Papa Francesco è stato accanto ai bambini, agli anziani agli operatori impegnati sul campo. Il Pontefice ha raccomandato a tutti di non disertare questi luoghi. Ed è questo il modello che come Chiesa abbiamo voluto incarnare. Dopo questa esperienza è maturata in qualcuno anche la voglia di riavvicinarsi ai Sacramenti, all’Eucarestia, un cammino spontaneo nato dallo “stare accanto” con semplicità».

Per il futuro di Amatrice, di Accumuli e degli altri centri colpiti dal terremoto, mons. Pompili spera che avvenga quello che è già avvenuto in altre zone toccate da analoga tragedia, dove dopo “un iniziale disorientamento” ha fatto seguito “una fase di ripresa e persino di rinascita. Il problema infatti è “ri-nascere”. Il sisma ci ha fatto toccare il fondo ma ora la speranza è che si possa sperimentare, come accaduto in Friuli, una stagione più feconda”. Infine un appello agli italiani: «Continuate a starci accanto. Suo malgrado Amatrice è un’icona del nostro Paese, anch’esso terremotato sia pure in forme diverse e che ha bisogno di trovare, come questo nostro piccolo borgo di montagna, una sempre maggiore compartecipazione».

Mons. D’Ercole (Agensir)

Ascoli Piceno. Mons. D’Ercole: «I ricordi sono una ferita». Ora «non dobbiamo abbandonare la gente sfollata».
«Vivere di ricordi è importante ma io cerco anche di vivere di prospettive. L’impegno più grosso in questo momento è di non stancarci di andare incontro ai bisogni della gente sfollata dalle case e di non abbandonarla». Lo afferma al Sir il vescovo di Ascoli Piceno, mons. Giovanni D’Ercole, un anno dopo la notte del 24 agosto 2016, quando il terremoto nel Centro Italia ha devastato alcune zone della sua diocesi, come Arquata e Pescara del Tronto.

«Quella notte, quando ho saputo che una parte della mia diocesi era stata colpita dal sisma, sono subito andato lì – racconta -. Ho risposto a un bisogno del cuore. Sono rimasto tutta la giornata in quei luoghi vivendo un’esperienza che si può riassumere in poche parole: lacrime, fumo, polvere e tanta disperazione. Questi sono ricordi che porto dentro di me come una ferita, che si riapre ogni volta che incontro i familiari delle vittime o quelle persone che ho visto quella notte. Allo stesso tempo, però, va fatto uno sforzo enorme per andare avanti. In questo anno – riprende il vescovo – non è stato fatto molto in termini di interventi, ma bisogna capire che ci sono state delle difficoltà, come la neve e le scosse successive. A breve dovrebbe cominciare la ricostruzione vera e propria, perché finora c’è stato il tentativo di mettere in sicurezza alcune strutture. Si dovranno realizzare le case provvisorie che finora sono state costruite solo in piccola parte».

Come diocesi, per prima cosa, «abbiamo aiutato i familiari delle vittime a risolvere i problemi più immediati, abbiamo cercato di essere un pronto soccorso ambulante per persone che avevano perso tutto. Alcune di loro non avevano più neppure la carta d’identità – racconta -. Le abbiamo aiutate finanziariamente e mettendole in collegamento con i gemellaggi realizzati da altre comunità italiane, parrocchie e associazioni. Il secondo intervento è stato in favore dei piccoli artigiani, perché quelle colpite dal sisma sono zone in cui non esistevano grandi industrie ma piccoli lavori che permettevano alle famiglie di vivere. Quindi, abbiamo aiutato chi ha perso il trattore, chi aveva bisogno di riaprire il bar. Grazie alla Caritas italiana siamo riusciti a garantire interventi economici anche a loro. Il terzo intervento è stato rivolto ai giovani perché non cadessero in depressione. Abbiamo organizzato per loro attività formative e ricreative».

Mons. Boccardo (Foto Agensir)

Spoleto-Norcia. Mons. Boccardo: nella Valnerina «si possa tornare presto a una vita dignitosa e sicura».
«La data del 24 agosto richiama necessariamente la paura, lo sgomento e il senso d’impotenza provati un anno fa alla prima scossa che ha distrutto la frazione di S. Pellegrino di Norcia e lesionato diverse case e chiese in Valnerina». Lo afferma al Sir l’arcivescovo di Spoleto-Norcia, mons. Renato Boccardo, pastore di una delle Chiese ferite dal sisma del 24 agosto e distrutta (soprattutto Norcia, Cascia e Preci) da quelli del 26 e 30 ottobre.

«A un anno dal tragico evento – prosegue il presule – è doveroso rendere omaggio al coraggio e alla determinazione di quella gente che non si è arresa, ma ha confermato immediatamente il proprio attaccamento alla terra natia e la voglia di ricominciare. Nello stesso tempo non si può dimenticare la grande catena di solidarietà e generosità che ha avvolto come in un abbraccio tutti coloro che portano le ferite del sisma. In questo momento non possiamo dimenticare l’isola di Ischia che condivide la stessa sofferenza e assicurare vicinanza e preghiera. Anche se per il territorio della diocesi di Spoleto-Norcia le scosse di fine ottobre 2016 sono state le più devastanti, e ne faremo memoria nei prossimi mesi, fin da ora mi faccio volentieri voce della gente della Valnerina per chiedere a tutti coloro che rivestono una qualche responsabilità di continuare con solerzia ed efficacia a prendersi cura delle esigenze fondamentali di quella popolazione, affinché presto si possa tornare ad una vita dignitosa e sicura».

Mons. Brugnaro

Camerino. Mons. Brugnaro: «Accompagnare le nostre comunità».
«Soccorrere le persone, il bene primario delle nostre condizioni e comunità; impegnarci per il lavoro, affinché diventi il luogo che produce il bene agli altri e perché le persone riprendano la vita normale attraverso l’impegno ritrovato; la tempestività per anticipare il più possibile i tempi di ritorno alla normalità». Il 23 agosto, a Pievetorina, mons. Giovanni Francesco Brugnaro, vescovo di Camerino, ha preso parte alla cerimonia di consegna delle soluzioni abitative di emergenza e, congratulandosi con gli amministratori e le maestranze, ha espresso alcune considerazioni nel primo anniversario del sisma che ha colpito pesantemente il territorio dell’arcidiocesi di Camerino.

«Ringraziamo il Signore per quanto è stato compiuto e impegniamoci ancora di più per permettere al numero maggiore di persone di tornare nelle proprie contrade e paesi. Il futuro può essere nebuloso e imprevedibile – ha detto inoltre – ma se continuiamo operando tra diverse realtà, tra gli imprenditori, le autorità civili nazionali, regionali e comunali si potranno posizionare e consegnare le casette, riaprire le scuole e le attività e così, rinascendo le comunità, si guarderà avanti».

Un anno fa iniziava un calvario per le persone e per l’arcidiocesi. In provincia di Macerata la diocesi di Camerino è la più danneggiata, sono compromesse non solo le chiese ma anche gli oratori, le canoniche, i centri di aggregazione. «Le nostre comunità sono piccole e con poche disponibilità economiche – ha spiegato mons. Brugnaro – e per questo vanno soccorse con maggiore intensità perché da sole sono spaesate e incapaci di riprendere: di qui la necessità di accompagnarle nel ricostruire per riconoscersi in quei beni e in quella memoria e tornare a essere punti di riferimento culturali e sociali in collettività che hanno una storia centenaria».

Mons. Bresciani (Agensir)

San Benedetto del Tronto. Mons. Bresciani: «Molto si è fatto, ma non tutto è sistemato».
«La notte del 24 agosto di un anno fa fummo svegliati all’improvviso da un letto che sembrava ondeggiare sul mare, da pareti che oscillavano paurosamente, da calcinacci che cadevano all’improvviso e da una grande paura, non solo per quello che vedevamo, ma soprattutto per quello che poteva essere capitato altrove. Dove era l’epicentro di tanto sconvolgimento? Che intensità aveva avuto là il terremoto? Le notizie immediatamente raccolte dalla televisione non furono rassicuranti e apparve subito la gravità eccezionale con i tanti dolori e lutti che aveva provocato».

Così mons. Carlo Bresciani, vescovo di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, ricorda al Sir il terremoto del Centro Italia del 24 agosto 2016, che ha colpito anche la sua diocesi. «Un anno è passato – aggiunge il vescovo – altre scosse sismiche e la neve hanno peggiorato la situazione, tante sofferenze e fatiche sono passate. Guardiamo indietro: molto si è fatto, ma non tutto è sistemato: molte case, chiese e scuole sono ancora inagibili. Altre sono state riaperte. Molte casette provvisorie sono state consegnate, molte restano da approntare. Moltissimo resta da fare. In pochi secondi si distrugge il lavoro di secoli e ci vogliono anni e anni per recuperare il recuperabile. Quanto è fragile il nostro mondo!».

Per Bresciani, «sia nell’immediato che successivamente, l’impegno di molti è stato encomiabile, non solo negli aiuti materiali, ma anche nel sostegno morale, spirituale e psicologico. La Caritas nazionale e quelle locali si sono attivate immediatamente con interventi molto concreti. È scattata la solidarietà dei tempi difficili, quella che in queste occasioni il nostro popolo sa riscoprire e al quale va dato merito». Ora, prosegue il vescovo, «dobbiamo guardare avanti. I nostri territori e le nostre comunità non devono morire, la solidarietà non deve spegnersi: è un compito che tutti dobbiamo assumerci fino in fondo, nei rispettivi campi di responsabilità senza deleghe improprie. Le procedure burocratiche, pur necessarie, rendono più lenti di quanto si vorrebbe, e forse si potrebbe (con inevitabili polemiche), gli interventi promessi al più alto livello politico. Vanno snellite e accelerate al massimo possibile, rispettando la legalità. Solo nella solidarietà e nella collaborazione attiva di tutti (privati e istituzioni) è possibile guardare al futuro con speranza e ridare speranza a chi ha perso tutto. Occorre partire il più presto possibile con una ricostruzione materiale, ma anche morale, che renda più sicure e resistenti le nostre case e i nostri paesi». E conclude: «Prego perché questo avvenga il più presto possibile: lo dobbiamo a questi nostri fratelli e concittadini così duramente provati da questa grande calamità».

Mons. Seccia (Agensir)

Teramo. Mons. Seccia: «La speranza cammina con le gambe degli uomini».
«Non dobbiamo mai perdere la speranza»: lo continua a ripetere senza mai stancarsi dal terremoto del 2009 mons. Michele Seccia, vescovo di Teramo-Atri, che ora, ad un anno dal sisma del 2016 che ha ulteriormente ferito il territorio diocesano, aggiunge al Sir: «Non dobbiamo mai perdere una speranza che cammina con le gambe degli uomini e per la quale serve quindi sempre maggiore impegno». Sono oltre 200 le chiese inagibili sul territorio, dopo le scosse del 2016 e il forte maltempo che ha negativamente caratterizzato lo scorso inverno teramano, ma il vescovo guarda al bicchiere mezzo pieno: «Si è intervenuti su più di 50 chiese e alcune di queste sono anche agibili». Uno stato di emergenza che ha acuito la necessità, nel territorio diocesano, secondo mons. Seccia, di far rinascere le chiese locali, «soprattutto nei piccoli centri di montagna, dove ho potuto sperimentare con mano: se rinasce la chiesa, rinasce anche la comunità». Un esempio che fa riferimento ad una Messa celebrata il 13 agosto scorso nella frazione Lame del Comune di Cortino per la festa di san Michele. «Ero all’aperto, sotto il sole e al vento, ma c’era tanta gente. Tutte persone tornate per questa ricorrenza importante, anche se hanno dovuto adattarsi perché le loro case sono distrutte o inagibili», dichiara mons. Seccia, che conclude: «Questi sono segni di speranza che non devono essere abbandonati ma coltivati».

Don Orazi (Agensir)

Fermo. Don Orazi (vicario generale): «Il rischio è lo spopolamento».
«Ricostruire le comunità. Pian piano cercheremo di sistemare le strutture compromesse dal terremoto. Il rischio più grave è quello dello spopolamento». È l’auspicio al Sir di don Pietro Orazi, vicario generale dell’arcidiocesi di Fermo e direttore della Caritas diocesana. Le scosse che si sono susseguite dal 24 agosto 2016 fino al 18 gennaio hanno danneggiato molti edifici e chiese dell’entroterra. «Come Caritas cerchiamo di lavorare in questo senso per supportare le comunità, anche con il sostegno alle attività. Già prima del 24 agosto molti cittadini avevano abbandonato le zone montane, poi il terremoto ha dato il colpo di grazia».

Sono più di duecento le chiese inagibili, senza contare quelle di proprietà dei comuni e le strutture dal notevole valore artistico e religioso compromesse. «In diocesi – racconta don Orazi – sono molte le cittadina rimaste senza chiese. Ma il nostro impegno è stato anche il supporto agli sfollati di cittadine come Visso, Pievebovigliana, Pievetorina, Camerino, Castel Sant’Angelo, Ussita». Le iniziative della diocesi in quest’anno sono state indirizzate ai tanti anziani e famiglie con bambini sfollati sulla costa con attività come aiuto allo studio, animazione, supporto spirituale. «Questo lo abbiamo fatto con l’aiuto di volontari, molti dei quali arrivati dalla diocesi di Reggio Emilia e in generale da realtà dell’Emilia Romagna attraverso gemellaggi. Anche grazie alla solidarietà della Liguria».

All’interno tra le zone più colpite quelle di Montefortino, Amandola, Sant’Angelo in Pontano, Falerone, Gualdo di Macerata. «Anche qui con l’aiuto dei volontari abbiamo fatto delle attività estive per i ragazzi». «Il nostro scopo è quello di ricostruire le comunità, accompagnarle, sostenerle e fare in modo che non ci sia lo spopolamento perché il rischio è quello». Con Caritas Italiana programmati due centri di comunità. Sono strutture antisismiche in legno al servizio delle parrocchie rimaste senza chiese. La prima in costruzione si trova ad Amandola, il centro più grande rimasto senza luoghi di culto. L’altro centro partirà a breve a Sant’Angelo in Pontano. Qui sotto un tendone sono state officiate tutte le Messe». «Lì non hanno nient’altro».

A cura di: Beatrice Testadiferro, Claudio Tracanna, Daniele Rocchi, Filippo Passantino, Francesco Carlini, Marco Calvarese, Simone Incicco e Tamara Ciarrocchi.

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