Sono le cinque del mattino. Non riesco a dormire per via del caldo. Così decido di alzarmi per aspettare l’alba. Prima di uscire di casa però apro il frigo, e bevo un po’ di caffè avanzato dal giorno prima. Fuori c’è una umidità che gocciola ovunque e diffonde un profumo inebriante. Ricorda l’essenza penetrante del mentolo e della canfora, mescola l’odore della salsedine con quello della resina dei pini. Proviene da un piccolo arbusto che a Lampedusa si trova ovunque: una pianta dalle foglie simili a quelle del timo, ma più carnose, ricche di una essenza vischiosa che si attacca ai polpastrelli e si fa fatica a eliminare.

Salgo sopra il tetto della casa, un largo terrazzo quadrato con il pavimento rivestito di bitume. Il cielo è ancora scuro. Solo una striscia sottile di chiarore, verso levante. Ci sono rumori di fondo che esaltano il silenzio, simili al ronzio prodotto da un alveare. Ogni tanto si sente cantare un gallo, con la stessa regolarità intermittente del faro di Capo Grecale. Più a sud, oltre l’agglomerato urbano, una luce verde indica l’ingresso del porto. Altre luci, incerte, tremano in mare aperto.

«L’Africa è un bellissimo spavento»
(Renzo Piano)

Anche se non riesco a scorgerle, so che poco lontano, verso ovest, ci sono le coste della Tunisia. Erano apparse all’improvviso, solenni, mentre l’aereo stava iniziando la discesa verso l’isola, sei giorni fa. Lampedusa, propaggine d’Africa, avamposto d’Europa.
Ha scritto Renzo Piano che il Mediterraneo è un grande lago, brodo di culture nordiche, orientali, arabe e africane. L’Italia è lì nel mezzo, fragile anello di congiunzione. E l’Africa che si sposta pone un grande problema di equità, ma offre allo stesso tempo un futuro di energia e di risorse creative. L’Africa, conclude, è un bellissimo spavento. Eccomi, dunque, nel cuore in affanno del Mediterraneo, mentre il cielo si tinge lentamente di rosa e di arancio.

Lampedusa

Qui a Lampedusa nessuno parla del dramma dei migranti, forse per una sorta di pudore o forse chissà, per la voglia di sentirsi normali. L’impressione è quella di essere arrivati in una suggestiva località di mare, una Polinesia domestica che ha scoperto recentemente la sua vocazione turistica e la vuole sfruttare fino in fondo. Dove si nasconde l’isola candidata al Nobel per la pace, con i lampedusani che aprivano le porte delle loro case per sfamare gli stranieri che sbarcavano sulle sue coste?

Alla fine di via Roma, la strada principale del paese, un’insegna indica la sede dell’associazione culturale Archivio Storico di Lampedusa: un po’ libreria, un po’ museo. Ricca di foto d’epoca, mappe antiche, anfore, pubblicazioni storiche curate dalla stessa associazione. Di fronte ad uno schermo televisivo rivolto verso la strada, quattro ragazzi di colore stanno guardando una puntata del programma “Sereno Variabile”, dedicata agli splendidi litorali dell’isola.

Non ci sono più richiedenti asilo
perché non ci sono più sbarchi

Chiedo informazioni a un uomo cortese, di poche parole (solo più tardi mi renderò conto di avere parlato con Antonino Taranto, responsabile dell’Associazione). Dove sono i richiedenti asilo? – chiedo con discrezione dopo uno scambio di convenevoli. «Attualmente – risponde – ce ne sono solo una cinquantina ospitati nel centro di accoglienza al centro dell’isola. Oramai non ci sono più sbarchi. Il confine si è spostato, li vanno a prendere vicino alle coste libiche e li smistano nei centri di accoglienza in Sicilia e nel resto del Paese. Qui è rimasto solo un piccolo presidio».

Non dice altro, e io non insisto. Leggo però, in un volantino dell’Associazione, che nel Medioevo esisteva a Lampedusa un antico eremitaggio di origine islamica condiviso da cristiani e musulmani, divenuto successivamente il santuario di Porto Salvo. Sull’isola ognuno poteva pregare liberamente il suo Dio. Ecco, la vocazione alla fratellanza viene da lontano. In questa terra di confine, l’ospitalità è stata sempre praticata dalla gente di mare, abituata a non tirarsi indietro di fronte alle sofferenze altrui. In virtù di questa tradizione i lampedusani hanno accolto nelle loro case chi, per disperazione, fuggiva dalla fame e dalle guerre. Sull’isola, conclude il volantino, possono convivere un turismo legato alle straordinarie bellezze naturali, e un impegno basato sulla solidarietà umana. In fondo, il grado di civiltà di un paese si misura proprio dalla capacità di gestire entrambi questi aspetti in maniera consapevole e dignitosa.

Il turismo può convivere
con la solidarietà umana

Un libro del giornalista Davide Camarrone, “Lampaduza”, mette in risalto un altro lato della medaglia. Descrive l’isola come un concentrato dei problemi italiani, dalle continue emergenze allo sviluppo sregolato figlio dell’abusivismo. Bellezza e speculazioni, generosità accogliente e indifferenza verso i beni pubblici, lo stesso contrasto vitale e sciagurato di tante realtà del nostro sud. Si avverte subito questo clima di frontiera, appena usciti dall’aeroporto. Si coglie nel traffico allegro e caotico di motorini e auto scarburate, nelle strade piene di buche, nel modo affettato con cui puliscono l’auto a noleggio prima di consegnarla ai turisti, nei gesti con cui i fotografi appostati agli incroci attirano la tua attenzione per scattare una foto che cercheranno di venderti la sera. Non c’è un reparto di ostetricia in tutta l’isola, e le donne in stato di gravidanza sono costrette a trasferirsi un mese prima del parto a Palermo, o ad Agrigento, cercando una casa in affitto in attesa del ricovero.

Non c’è reparto di ostetricia, e le donne incinte sono costrette a trasferirsi un mese prima del parto a Palermo o ad Agrigento

Chiesa di San Gerlando

Eppure ci sono dei luoghi che non è possibile visitare senza commuoversi. La chiesa parrocchiale di San Gerlando è un tempio moderno dalle linee orientali, suggerite dall’arco a sesto acuto della facciata, in stile arabo. Al suo interno si trova il “Crocifisso del Mediterraneo”, dono del presidente cubano Raul Castro a Papa Francesco, e da questi consegnato alla comunità di Lampedusa in occasione della sua visita nel luglio del 2013. La croce è realizzata con dei remi tenuti insieme da corde. Ha la stessa forza evocativa, così mi è sembrato, della “Croce dei dolori del mondo” che si trova all’Arsenale della Pace del Sermig, a Torino. Entro in questa chiesa mentre si celebrava una Messa, di sera. C’è un clima di raccoglimento profondo, l’assemblea prega con voce unisona. E quel crocifisso, un braccio alzato a chiedere aiuto, ricordo dei tanti naufragi… Esco alla luce del tramonto. Una luce che a queste latitudini riesce a trasformare anche una crosta di intonaco rosa, o il celeste languido delle persiane, in fiammate di colore puro, fino a quando l’incendio del cielo si spegne e cala improvvisa la notte.

Crocifisso del Mediterraneo

In queste giornate di inizio agosto Lampedusa è presa d’assalto dai turisti. Le spiagge più belle sono affollate, non si trova posto. Eppure ci sono larghi spazi di silenzio da scoprire. Basta allontanarsi dalle spiagge più frequentate, percorrere valloni suggestivi che conducono a baie isolate, oppure guadagnare a fatica un’altura e lì fermarsi a sedere, in una bella solitudine che trasmette un forte senso di libertà e una angoscia leggera.

Quella che una volta era un’isola fertile, si è trasformata a causa del progressivo disboscamento in una terra arida dove prevale la steppa: arbusti di colore azzurro cenere, marrone spento, rosso bruciato, cardi dalla corolla giallo oro. Pochissimi alberi, concentrati per lo più nelle piccole oasi verdi che circondano i dammusi più belli, dispersi tra rovine di bunker e di fortificazioni, e le recinzioni arrugginite di costruzioni in abbandono. E proprio nei pressi di un bunker diroccato, vicino all’imboccatura del vecchio porto, si trova un altro dei luoghi

Porta d’Europa

simbolo di Lampedusa: la Porta d’Europa, monumento realizzato dall’artista Mimmo Paladino. Un grande arco quadrato, eretto proprio di fronte alle coste libiche, nella punta più meridionale dell’isola. In questo primo lembo di Europa, se tendi l’orecchio, puoi ascoltare le voci di chi non ce l’ha fatta, le grida dei morti annegati e dei migranti bloccati nei campi profughi dall’altra parte del mare. Possiamo ancora fingere di non udire? Sotto questa Porta ho sostato a lungo, e in silenzio, con lo stato d’animo di un fuggiasco. Ho supplicato al vento di cambiare quadrante, e di disperdere lontano la cattiveria senza vergogna che ci sta lentamente soffocando.

Print Friendly, PDF & Email

Comments

comments