«La scuola, costituisce una grande e centrale questione nazionale. Perché la scuola è motore di cultura e, quindi, di libertà, di eguaglianza sostanziale» dice il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Taranto in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno scolastico.

E mentre il capo dello Stato afferma il ruolo centrale della scuola, le porte si sono aperte con un’infinità di polemiche. A Reggio Emilia lo stesso Ministro della Pubblica Istruzione dice «Non si può avere investito risorse e assunto 100mila persone e avere tutto il mondo della scuola contro: evidentemente qualcosa deve avere sbagliato». Purtroppo di errori ce ne sono e forse più di uno ma di certo quello più grave è di non aver coinvolto i protagonisti della galassia scuola e di non aver ascoltato chi nella scuola vive e opera, di chi ogni giorno si trova ad affrontare i problemi del nostro sistema scolastico, ad esempio di non aver avuto il coraggio della sperimentazione prima di varare la Legge 170.

L’8 settembre è stata depositata in Corte di Cassazione a Roma la legge d’iniziativa Popolare per la Scuola, la proposta di legge contiene norme generali della pubblica istruzione dal nido alla scuola secondaria di secondo grado e trova le sue ragioni d’essere nella Costituzione e nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, ispirandosi ai principi di pluralismo, laicità, democrazia, inclusione e con un’attenta cura all’acquisizione consapevole dei saperi, attraverso scelte metodologiche di qualità e non modaiole e commerciali. La proposta di legge prevede anche la delega per il riordino degli organi collegiali, centrali, periferici e d’istituto. Una ventata di collegialità e partecipazione democratica dopo le storture in chiave autoritaristica e verticistica introdotte dalla legge 107.

Si prevede una maggiore spesa per l’istruzione, corsi per l’Educazione degli adulti, gratuità dei libri di testo e del trasporto scolastico per le scuole dell’obbligo e si propone l’obbligo a 18 anni. L’obbligatorietà prolungata è stata proposta dallo stesso Ministro e forse vuole essere un nuovo tentativo contro la dispersione scolastica. Nel Documento vengono in pratica riaffermati i principi fondamentali della Costituzione che sembrano essere stati messi nel dimenticatoio, dalla libertà d’insegnamento al riconoscimento del diritto allo studio anche a coloro che sono privi di mezzi.

Intanto arrivano proposte come l’uso dello smartphone in classe quando è evidente e necessario invece un processo di educazione alle nuove tecnologie perché questa è la generazione “connessa” e multitasking, cioè l’uso di più strumenti e nello stesso istante, manca invece la decodifica dei messaggi,

internet deve essere usato per diventare più critici non per avere risposte smart in tasca, serve aiutare a una lettura critica e libera.

Se gli strumenti tecnologici servono solo per semplificare la conoscenza allora proprio no.

Tanti sono stati i no che si sono levati davanti a questa proposta da parte di pedagogisti, insegnanti e addirittura dal digital champion Riccardo Luna: «Il digitale deve cambiare la scuola ma non è così che si fa… C’è poi chi lo esclude proprio per i più piccoli». C’è poi la proposta dell’obbligatorietà della scuola fino ai 18 anni e contemporaneamente la riduzione di un anno nei licei, per quest’ultima proposta si parla di sperimentazione. Il malessere nella scuola è anche alimentato dalla consapevolezza di non riuscire più a fare scuola in una contraddizione tra programmi obsoleti e progetti innovativi, una scuola che deve produrre immagine più che concretezza, una scuola di mercato, aziendale che ha perso lungo la strada il valore imprescindibile dell’educazione.

È una scuola frastornata, burocratizzata, in bilico, dove i contenuti spesso sono distanti dal vissuto dei ragazzi e dove la storia non arriva mai al Dopoguerra e parlare di Costituzione diventa un’impresa. Una scuola di Riforme e Controriforme che non ha ancora saputo coniugare tradizione e innovazione.

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