«C’era un trittico nella vecchia abbazia. Il soffitto era istoriato con raffigurazioni di santi. Il priore mi mostrò tutta questa bellezza. Ero esterrefatto». Si apre con un incipit degno del “Nome della Rosa” un sabato mattina dedicato ai compiti del fine settimana. Il testo di grammatica di IV elementare invita a trovare sul dizionario il significato delle parole evidenziate in corsivo.

Mentre faccio mente locale – dove sarà il vocabolario? – Andrea afferra l’iPhone appoggiato sul tavolo, preme il tasto home e ordina: «Siri, cerca abbazia su Wikipedia». Poco più di un secondo, e sul display appare una foto del complesso di Melk in Austria, con relativa definizione del lemma richiesto. Il nativo digitale sorride. I miei convincimenti vacillano. Forse non ha torto la ministra dell’Istruzione Fedeli. Nei giorni scorsi ha annunciato l’istituzione di una commissione, con il compito di valutare l’uso dello smartphone come strumento di apprendimento.

Sono passati dieci anni da quando il suo predecessore Fioroni ne aveva vietato l’uso con parole di buon senso: il cellulare in aula è una distrazione per chi lo usa e una mancanza di rispetto per il docente.

Cosa è successo per giustificare un cambio di prospettiva così radicale? Si tratta davvero, come paventa il pedagogista Daniele Novara, di una resa della scuola italiana di fronte agli interessi dei colossi dell’informatica?

Viviamo schiavi di una connessione perpetua, ci ricorda Paola Mastrocola, scrittrice e insegnante. Con l’introduzione dello smartphone in aula non avremo più neanche cinque ore al giorno di pace de-connessa. Sarebbe un durissimo colpo al valore della concentrazione, dell’introspezione, della riflessione. Lo studio è un lento e complesso processo mentale, che si avvantaggia con la scrittura a mano e la lettura sui libri.

Certo, se il modello di didattica è la lezione frontale non c’è storia. Ma se pensiamo ad un approccio che pone al centro lo studente il discorso cambia, specie per i più grandi. Scriveva 5 anni fa il filosofo Michel Serres: il sapere sovrabbonda, ormai accessibile a tutti, compresso in piccoli dispositivi che i ragazzi portano in tasca. Si espande in uno spazio decentrato e libero. L’aula tradizionale è archiviata. Lo schema gerarchico non regge più, sostituito da un chiacchiericcio diffuso che apre le porte ad una intuizione innovatrice, e alla gioia incandescente di inventare.

D’altronde era lo stesso Proust a ricordarci che perfino la lettura di molti libri può rappresentare una distrazione. La piena maturazione di sé non si trova depositata tra gli scaffali come miele preparato da altri. La lettura non può sostituire l’intimo progredire del nostro pensiero. Al di là dello strumento utilizzato, conta solo lo sforzo del nostro cuore.
Ho le idee un po’ confuse. Mi sembra che tutti abbiano ragione: la ministra, il pedagogo, il filosofo, l’insegnante. Mammiferi analogici e giovani androidi, avvolti dal brusio di molteplici connessioni o dalla penombra rassicurante di una biblioteca, c’è spazio per tutti.

Confortato da questa speranza prendo per mano il nativo digitale ed esco di casa, alla ricerca di una abbazia dove ritrovare, sono sempre parole di Proust, il profumo di una rosa diffuso da un vento leggero.

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