Quando nel 1896 Maria Montessori si laureò in Medicina, prima donna in Italia, dovette subito indirizzare la sua attività verso la psichiatria soprattutto rivolta ai bambini ricoverati nei manicomi. Era inconcepibile allora che una donna potesse esercitare la professione di medico. Nello stesso periodo anche Anna Kuliscioff, presentatasi in tribunale come perito di parte per un caso di stupro, fu pregata dal Presidente di uscire dall’aula perché non era pensabile che una donna assistesse a un dibattimento in cui si sarebbe parlato di violenza sessuale. Stessa sorte toccò a Lidia Poet, prima donna a laurearsi in Giurisprudenza, che si vide revocare la sua iscrizione all’albo perché «la professione forense deve essere qualificata come un ufficio pubblico e come tale l’accesso è vietato per legge alle donne».

In questo clima perciò la Montessori cominciò a studiare e applicare ai bambini malati alcune intuizioni che si rivelarono presto molto efficaci per lo sviluppo delle loro capacità relazionali e di apprendimento. Da qui l’idea di allargare i metodi sperimentati a tutti i bambini, a cominciare dalle elementari, nella convinzione che, rinnovando la scuola, si potesse rigenerare l’umanità.

La spinta a conoscere un po’ di più questo genio della pedagogia, mi è venuta da un recente incontro con un mio fratello, docente all’Université du Midi, che mi informava di un forte dibattito in Francia per migliorare l’offerta formativa nelle scuole sostituendo il vecchio modello autoritario, detto “asburgico”, con la pedagogia creativa, appunto, di Montessori, Freinet, Cousinet.

Sapevo che in Olanda, dove la Montessori ha concluso i suoi giorni, questo metodo è diffusissimo. Negli Stati Uniti è il più seguito in moltissime scuole che però, perché gestite da organizzazioni private, sono molto costose e quindi riservate a una élite.

In Italia questo metodo incontra molte difficoltà e anche nel nostro territorio, che pure le ha dato i natali, è avversata, benché Regione e Comuni siano favorevoli a questa forma di rinnovamento della didattica, da oppositori che ne intralciano l’applicazione fornendo, talvolta subdolamente, informazioni devianti alle famiglie. Si registrano comunque qua e là diverse esperienze decisamente positive.

Nella nostra città, pur tra tanti intralci, si è potuto realizzare l’ampliamento di questo metodo formativo grazie alla caparbietà del professor Ermanno Bracalente, dirigente scolastico, ed al determinato e convinto sostegno dell’Amministrazione comunale.

Personalmente ho vissuto un episodio che ha confermato il giudizio positivo che già avevo di questo metodo.

Un mio nipotino frequenta da metà settembre il primo anno della scuola primaria. Il 5 novembre mentre ci trovavamo insieme a pranzo, ho visto che il piccolino leggeva tutte le scritte che trovava sulle bottiglie. A un certo punto mi ha guardato e mi ha detto che sapeva «leggere lo stampato», ma non sapeva scrivere. Il giorno dopo, quando sono andato a prenderlo a scuola, appena si è seduto in macchina mi ha detto:«Nonno, oggi so scrivere: a casa poi ti scrivo quadro». Così è stato e ha voluto anzi che gli dicessi una decina di parole che ha scritto regolarmente. Si era verificato quello che la Montessori ha chiamato «esplosione della scrittura».

Il segreto? I maestri, tutti opportunamente e rigorosamente preparati, sanno mettersi in posizione di ascolto e così rendono possibile il successo dei bambini, attraverso le scoperte che essi fanno quotidianamente, e di conseguenza contribuiscono, come pensava la Montessori, alla rigenerazione dell’umanità.

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