di Lucio Del Gobbo

Sandro Pallotto è nato a Macerata il 16 giugno 1954. Ha conseguito la Laurea in Urbanistica all’Università di Architettura “Ca’ Foscari” di Venezia. Ha praticato il disegno sin dai tempi dell’università. Si è poi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Macerata, sezione Scultura, avendo come primo insegnante Valeriano Trubbiani. In tale periodo ha sperimentato l’interazione del disegno infantile, inteso come espressione originaria spontanea, con linguaggi e tecniche vigenti in arte, studiandone possibili integrazioni, differenze e affinità. Si è abilitato in giornalismo seguendo un tirocinio biennale, ed ha collaborato in varie occasioni con emittenti radiofoniche, tra cui Radio Nuova Macerata.

Ho conosciuto Sandro Pallotto incontrandolo in una sua mostra alla Galleria “Antichi Forni” a Macerata. Si trattava di una esposizione “a due” con un suo collega artista, Antonio Fermani. Lo spazio espositivo, molto ampio e articolato, avrebbe potuto “inghiottire” le opere dei due, ma così non è stato. In realtà i loro lavori ci vivevano bene, interloquendo e traendo suggestioni da quel “ventre” del centro storico un tempo utilizzato dai fornai per produrre pane per la città. Accompagnato dall’artista e da un amico scultore che è anche suo amico sin dai tempi di scuola, potevo giovarmi di tali presenze, per avere dall’autore confidenze e considerazioni che, in altre condizioni, forse, sarebbe stato più difficile cavargli e dal suo amico apprezzamenti certamente utili in senso biografico oltre che tecnico-artistico. Mi incuriosiva, in particolare, il fatto che, avendo l’autore conseguito una laurea in Urbanistica, si fosse poi dedicato a una ricerca artistica particolarmente intimista e solitaria, lontana certo dall’indirizzo a vocazione “sociale” a cui lo avrebbero indotto i suoi studi universitari. Mi spiegò che la successiva frequentazione dell’Accademia di Belle Arti della sua città, conclusasi con il diploma, aveva poi favorito l’utile passaggio. Il magistero iniziale di Valeriano Trubbiani, in tale circostanza, gli era stato particolarmente efficace, sollecitando in lui interesse e sensibilità per valori plastici ottenibili anche da specifiche peculiarità della materia: nella fattispecie la carta, considerata materiale di elezione, e diffusamente usata anche nella mostra in atto. Venni subito attratto da una serie di disegni tracciati, appunto, su carta. Interessante tra questi una Via Crucis realizzata con pochi rapidi tratti di matita grassa, senza il particolare assillo di una rigida tecnica disegnativa, esemplare per sintesi e libertà, “rivissuta” con intima commozione nel processo che per amore tradusse l’infinitezza dello Spirito nella miseria di un corpo spento e straziato, come appunto nella Crocifissione. Ma particolarmente originale mi è anche sembrato, in altri lavori più o meno recenti, il risultato plastico ottenuto. Sulla carta attraverso piegature, lacerazioni e delicatissime arricciature, il tutto volto ad una orografia capace di suggerire vari tracciati narrativi: moti del pensiero e del sentimento stretti in una una continuità alludente a un paesaggio, che in tal caso si offriva come “paesaggio dell’anima”. La luce vi era interpretata come effetto di spiritualità, condizione apicale di un sentire “altro” e superiore. Ed ogni opera costituiva racconto a sé, portatrice di un valore intimo, esistenziale, più che estetico o formale: l’ideazione artistica vi risultava intenzionalmente sminuita in virtù di un minimalismo che, oltrepassando pensieri e sensazioni, introduceva ad un silenzio prefigurante l’Assoluto.

Non mancavano nella mostra lavori eseguiti con altre tecniche: collage e tecniche miste,
ceramiche, composizioni di acquerelli e gouache che si distinguevano per tenuità di colore, disegni in bianco e nero eseguiti a carboncino o a tempera con l’immediatezza e l’essenzialità di monogrammi: voci allusive e misteriose che si presumono sgorganti da una interiorità ricca e profonda.

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