Film. «La pelle dell’orso»: debutto al lungometraggio di Marco Segato

Una pellicola introspettiva e quasi primordiale ambientata negli anni ‘50 dove i dialoghi lasciano il posto al silenzio, a timidi sorrisi e alla maestosità della natura fatta di suoni e colori semplici come il fruscio del vento fra gli alberi e lo sparo di un fucile, il marrone del tronco degli alberi e della terra bagnata sotto gli scarponi

«Il ricordo di quando andavo in montagna da piccolo con mio padre, di quando magari facevi due ore senza dirti niente, solo camminando, condividendo uno spazio, un’esperienza che era quella del viaggio e dello stare insieme senza dirsi grandi cose o rivelarsi grandi segreti», è questa l’unica componente biografica presente, dice il regista, ne “La pelle dell’orso”. Marco Segato è stato ospite, con il suo film, alla seconda edizione di Cinevasioni (9-15 ottobre 2017), primo festival di cinema in carcere, quello della casa circondariale della Dozza di Bologna.

Il silenzio e le Alpi venete sono i protagonisti di questo film insieme a Pietro (interpretato da Marco Paolini), Domenico Sieff e a un orso chiamato “Diau”, il diavolo, la cui pelle è al centro di una scommessa attorno a cui si svolge il viaggio. È proprio di un viaggio che si tratta e attraverso i sentieri di montagna tutti sono alla ricerca. Pietro è un padre burbero che ha problemi con l’alcol ed è alla ricerca dell’orso che terrorizza il paese, Domenico è un quattordicenne timido, che compie un vero e proprio rito di passaggio dalla giovinezza all’età adulta, cercando un semplice contatto con il padre, rude e distante.

Una pellicola introspettiva e quasi primordiale ambientata negli anni ‘50 dove i dialoghi lasciano il posto al silenzio, a timidi sorrisi e alla maestosità della natura fatta di suoni e colori semplici come il fruscio del vento fra gli alberi e lo sparo di un fucile, il marrone del tronco degli alberi e della terra bagnata sotto gli scarponi.

“La pelle dell’orso” è il debutto al lungometraggio di Marco Segato ma non si può non notare l’inevitabile riflesso del suo tratto da documentarista. Il regista e la direttrice della fotografia Daria D’Antonio, hanno deciso di lavorare molto sulle inquadrature e sulla luce cercando di mantenere una certa chiarezza e pulizia delle immagini che sono allo stesso tempo un po’ nascoste dalla luce, non dichiaratamente esibite così come le storie dei protagonisti, semplicemente tratteggiate, avvolte anche loro in quella nebbia che al tramonto scende dalle montagne.

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