Opinionisti, osservatori e singoli cittadini rimangono disorientati e perplessi di fronte ai tragici fatti che hanno colpito la nostra città in questi giorni. Ma al di là delle tragedie consumate vogliamo vedere quali sono stati i “preparativi” storici e culturali che hanno fatto da incubatrice a tutta una situazione nuova che si sta sviluppando. La Macerata che lasciava, fino a qualche anno fa, il chiavistello sulla posta di casa o la portiera delle auto aperta sembra che sia scomparsa improvvisamente. Non so se basta ricorrere a “vecchi armamentari” ideologici che ormai sembravano definitivamente sepolti ma che comunque ancora vengono riesumati forse perché si stanno cercando a fatica nuovi strumenti di analisi della nostra epoca. Gli angoli e i cortili della nostra città fanno memoria del passato ma sembra che per le nuove generazioni rimangano un vuoto riferimento estetico di volti e di situazioni.

Questi luoghi di “aggregazione popolare” in cui nei pomeriggi estivi ci si raccontava un po’ di tutto e magari anche si passava il tempo a spettegolare sui vicini mostrando comunque una grande prossimità e familiarità che creava nel momento di difficoltà ambiti culturali di solidarietà e condivisione per riprogettare insieme scenari più dignitosi per le persone coinvolte.

Non c’è famiglia maceratese doc che non abbia avuto un soprannome in dialetto riferendosi al mestiere o a un fatto di vita che si trasmetteva di generazione in generazione.

Gli abitanti delle varie zone della città si identificavano con il loro territorio: i Villaroli erano quelli che risiedevano a Villa Potenza, i Casettà quelli di Corso Cairoli e i Fossaroli della zona di San Michele, oltre a quelli di Colleverde nella zona di Santa Croce il cui nome era in realtà quello della ultima ditta di edilizia che aveva lavorato li negli anni ‘70. Inoltre è da ricordare il quartiere sorto sotto al Convitto che trae il suo nome da un edificio del passato. Ci sono altri casi ma ora è inutile rifugiarsi in sterili nostalgie di un tempo che fu, è necessario ricostruire la comunità in tutte le sue dimensioni.

Le relazioni che costituivano il tessuto connettivo sociale debbono essere rivitalizzate e trovare dei luoghi comuni dove ritrovarsi e sentire la città come possibilità di essere sé stessi in armonia con gli altri.

A guardare in volto e scoprire dietro gli occhi storie, speranze, sogni, di uomini e donne in ricerca.

Oggi ci si sente molto vicini grazie ai mezzi di trasporto, ai social come non mai si è “separati in vicinanza”: stretti sull’autobus, nei supermercati affollati, ognuno chino e pensoso sulla propria persona.

Ecco allora come mi viene in mente all’ultima produzione editoriale di Vincenzo Paglia “Il crollo del noi” dove viene presentato un nuovo monoteismo che non è paragonabile a quello classico (ebraismo, cristianesimo, e islam) ma è il monoteismo dell’ ”io”.

Certamente siamo tutti apprendisti in una epoca nuova che comincia dall’oggi della quotidianità e il ritmo va scadenzato sui verbi dell’“accogliere, proteggere, promuovere e integrare” come suggerito da Papa Francesco nel messaggio per la giornata del rifugiato e del migrante del gennaio scorso. È una fatica ma sicuramente può portare a una ricchezza e complessità condivisa dove un noi rinasca e possa essere tramandato alle generazioni future come patrimonio culturale di una città che, seppur ferità anche gravemente, è capace di prendersi cura dei propri cittadini e rigenerare speranza nel futuro. Abbiamo delle risorse presenti nel nostro territorio che si chiamano scuole, parrocchie, gruppi sportivi, associazionismo e gruppi di volontariato che potrebbero diventare laboratori relazionali per un progetto di città più equo e umano dove la dignità di ogni cittadino venga rispettata.

Spetta ad ognuno di noi realizzare questo, che per ora è solo un sogno, con la vita quotidiana.

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