Riproduciamo il testo integrale dell’intervista rilasciata dal vescovo Nazzareno Marconi al Corriere Adriatico, pubblicata l’8 marzo.

Vescovo Marconi si attendeva questo risultato oppure ne è rimasto sorpreso e perché?
Mi attendevo un risultato di forte cambiamento, tanto che in varie occasioni ho detto che dopo il 4 marzo avremmo avuto uno scenario inedito da valutare con calma. Ho due fonti di informazione principali: l’ascolto diretto delle persone e la stampa, anche quella estera; a volte i corrispondenti stranieri sembrano vedere meglio di quelli italiani.

Cinque i parlamentari eletti nel Maceratese: 2 con l’uninominale e 3 col maggioritario. Sono stati premiati quei partiti che hanno puntato su candidati del territorio rispetto ad altri che avevano imposto in lista personaggi catapultati da fuori regione.
La sensazione locale era di essere stati “dimenticati” nella rappresentazione mediatica e politica del terremoto e poi di essere stati “usati” come palcoscenico elettorale a seguito dei fatti di Macerata. La gente ha cercato qualcuno che apparisse vicino, normale e interessato ai problemi quotidiani, che rispetto ad altre parti del mondo sono abbastanza semplici, ma qui le persone erano abituate a una vita serena, lavorativa e senza preoccupazioni.

Il risultato complessivo delle elezioni ritiene che sia in linea con l’andamento storico del sentimento di voto espresso nel nostro territorio oppure i fatti di cronaca recentemente accaduti hanno influito in modo determinante?
A livello di dati io da umbro ho seguito zone della mia terra dove non sono successe le cose di Macerata, eppure anche lì i cambiamenti di voto sono stati particolarmente significativi. Credo che siamo alla fine di una classe politica e di un pensiero politico, anche se quella nuova non mi sembra ancora giunta. I partiti legati ad una Europa sul confine tra Oriente e Occidente non ci sono più. È interessante vedere come i collateralismi con America e Russia sembrano ribaltati rispetto agli anni 70 del secolo scorso.

Lei ha detto che sono stati premiati candidati noti del territorio rispetto a scelte di candidati che sono estranei al territorio. È un plauso a Patassini ed alla Lega in genere o una bocciatura per altri partiti?
Chi mi conosce sa bene che non applaudo nessuno. Sono celibe e non ho sposato nessuno, neppure un’idea politica o delle persone amiche. Ho solo registrato il fatto che la nostra gente cerca persone vicine e sensibili a problemi concreti, non grandi figure, ma che non hanno mai visto in faccia o con cui non hanno scambiato una parola di persona.

Cosa si aspetta dopo queste elezioni per il nostro territorio?
Non sono un sognatore. Credo solo in Dio. Mi fido dei fatti che posso verificare. Spero nella buona volontà delle persone. Come ho già detto altre volte, bisogna ripartire dal territorio, dalle sue potenzialità, dal confronto con le persone, dalla trasparenza nelle decisioni, da una semplificazione delle burocrazie e da una apertura a un mondo che si è fatto grande e con cui dobbiamo trovare vie di dialogo.

Quali sono i temi che secondo lei i nuovi parlamentari dovranno portare avanti nel momento in cui si formerà il nuovo parlamento a Roma?
L’Italia, sono dati del Poligrafico dello Stato, ha oggi 110.000 leggi vigenti. È una giungla che complica la vita a tutti, va razionalizzata. San Paolo ammoniva i Cristiani che: «la legge non salva». Così un sistema sociale basato sul sospetto e sul giustizialismo, affida alla magistratura un potere eccessivo. Lo spazio della politica – che come diceva Paolo VI è «l’arte del possibile» – è quello di decidere per far funzionare le cose, con uno spazio di errore e forse anche di corruzione accettabile. Il mondo dei santi per noi cristiani dovrebbe essere questo, ma so bene che è nell’aldilà. Rincorrere sempre la perfezione e la purezza, rischia di non far realizzare nulla. In questo tempo segnato dal terremoto ho visto decisioni forse non perfettissime, ma molto utili e urgenti, bloccarsi perché un funzionario non voleva rischiare un domani di sentirsi accusato perché tutto non era perfetto, secondo il dettaglio di norme complesse e a volte contraddittorie. Sogno un’Italia in cui si possa provare a fare le cose e si venga giudicati con verità e misura sui fatti. Il Vangelo dice che: «l’albero si giudica dai frutti», non da quanti cartellini bollati ci sono sul tronco.

Dal suo osservatorio quali sono le necessità e priorità che la politica deve affrontare a Macerata e nel territorio diocesano nei prossimi mesi?
Non credo nelle bacchette magiche, né che fino a ora il mondo sia stato popolato di imbecilli. I problemi sono complessi e le soluzioni vanno cercate assieme e ascoltando. Ad esempio Macerata è una città che deve decidere cosa vuol diventare. Non è più una città amministrativa perché i sistemi amministrativi degli anni 50 non ci sono più. Non può essere solo un campus universitario. Non può diventare solo un centro turistico e artistico “chic”, non è Firenze!
Posso dire solo cose piccole e concrete. Credo ad esempio che Macerata debba potenziare i collegamenti con il mondo esterno. Non si possono impiegare 60’ per raggiungere Foligno e da lì Roma e Firenze, se poi da Sforzacosta al centro in certe ore, di minuti ce ne vogliono 25. Oggi la comunicazione internet ad alta velocità è una strada che apre molte possibilità di lavoro. Oggi per lavorare basta un computer, un’ottima connessione, un sistema centralizzato di stampa, analisi e archiviazione sicura dei dati, magari con un agevole parcheggio e la facilità di interagire dentro uno stesso spazio lavorativo tra persone competenti in vari ambiti. Se ai giovani laureati si facilitasse tutto questo, magari dentro il centro storico e non in periferia, la città potrebbe ripartire.

La riflessione del Vescovo di Macerata dopo il voto del 4 marzo

Ospite in studio da Tiziana Tiberi, monsignor Nazzareno Marconi, vescovo della diocesi di Macerata commenta i risultati elettorali.L'intervista completa a questo link: https://youtu.be/CYm1zEbykNA

Pubblicato da EmmeTv su giovedì 8 marzo 2018

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