Pubblichiamo l’editoriale a cura di Luigi Taliani apparso sul sito dell’unità pastorale Immacolata – Santa Croce di Macerata.


La parrocchia rimane fin dall’XI secolo nella chiesa cattolica un punto fermo della sua presenza in mezzo agli uomini. Ma ci si chiede in un’epoca totalmente cambiata come questa particolare presenza si possa strutturare oggi.

Già Giovanni XXIII l’aveva definita come la “fontana del villaggio”, ma oggi ognuno attinge l’acqua al rubinetto della propria casa e tanto è vero che anche Papa Francesco ricorda nell’Evangelii gaudium come “il rinnovamento delle parrocchie non abbia ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicini alla gente” e sentenzia: “È l’ora della polivalenza”. Tiene a precisare: “La parrocchia non può sparire”.

La fisionomia di questa comunità lungo i secoli ha assunto un’identità particolare in mezzo ad una storia che prevalentemente è stabile. La “liquidità” dell’epoca attuale non può che provocare quello che il teologo Join-Lambert definisce il cristianesimo liquido nelle metropoli. Il territorio è diventato un luogo in cui si mescolano impiegati, passanti o residenti “mordi e fuggi”. Parrocchie liquide le definisce il docente francese di teologia pastorale e liturgia all’Università Cattolica di Lovanio in Belgio, che le indica come nuove forme di identità capaci di adattarsi alla “liquidità” della società europea, ricorrendo alla celebre categoria del sociologo Zygmunt Bauman. Se i rapporti sociali sono liquidi, anche le parrocchie possono diventare liquide, prospetta il teologo in un saggio pubblicato dalla rivista del clero italiano, in mensile aggiornamento pastorale all’Università Cattolica. “La loro caratteristica – spiega il docente – è di andare verso le periferie esistenziali”. Perché le attuali parrocchie cominciano a “somigliare a club” che soddisfano “i bisogni spirituali di alcuni” ma “ignorano o trascurano la sete spirituale della maggioranza”.

Ovviamente il campanile resta ma si sta trasformando. Ne sono un esempio i prototipi parrocchiali tedeschi che propongono una “specializzazione dell’offerta spirituale”, nota il teologo. ”È un luogo la parrocchia contrassegnato dal bello (esposizioni, concerti, creazioni artistiche e culturali), dal bene (aiuto ai migranti, le persone precarizzate) e dal vero (formazioni, conferenze, scambi)”. Queste linee fanno pensare alle unità pastorali. Per il docente, la parrocchia informale ha bisogno di “figure familiari di autorità”: il parroco, si, ma affiancato dai religiosi che possono dedicarsi alla direzione spirituale o addirittura da un teologo. E soprattutto va “incoraggiato” in laicato. Serve “elasticità” – conclude Join Lambert – per poter continuare ad annunciare il Vangelo con modalità di socializzazione ed espressione culturale del nostro tempo.

Comunque, in quest’epoca, è inutile aggrapparsi a “zattere” pastorali del passato che hanno prodotto proficui frutti, ma oggi appaiono obsolete se non addirittura un ostacolo all’accoglienza del Vangelo vivo per l’uomo contemporaneo. Papa Francesco non parla di una riforma pastorale che io definisco riverniciatura ma di “conversione pastorale”. In conclusione ci chiediamo se la parrocchia liquida è la soluzione e può essere importata in Italia?

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