Lasciando ad altri riflessioni socio-politiche e congetture post-voto, le recenti elezioni rappresentano un’occasione utile anche per analizzare i mutamenti nella comunicazione dell’era digitale. Ad esempio, il vecchio termine “populismo” è stato usato e abusato per apostrofare gli avversari, trascurando il fatto che il termine in origine identificava il movimento culturale e politico russo che, tra la fine del 1800 e l’inizio del ‘900, portò alla rivoluzione di Ottobre e nel bene o nel male – a seconda dei punti di vista – ha segnato la storia. Niente a che vedere con l’accezione demagogica con cui è stato legittimamente utilizzato da tutte le parti politiche e dai vari osservatori, ma che forse non ha aiutato nella comprensione profonda delle attuali dinamiche elettorali.

In questo articolo però l’attenzione si vuol soffermare non tanto sul “cosa” della comunicazione politica recente, ma sul “come” tale comunicazione si sia svolta. Molti avranno certamente notato che i manifesti di propaganda sono pressoché estinti, e i tabelloni di legno, che modificano i panorami delle nostre città in tempo elettorale, sono rimasti sorprendentemente semivuoti. Mentre invece i profili social dei candidati hanno registrato milioni di accessi e condivisioni, specialmente su Facebook e Twitter. Non si tratta di una semplice migrazione di contesto, c’è qualcosa di più profondo. La carta ormai rappresenta una comunicazione troppo statica, che arranca rispetto alla rapidità con cui le informazioni corrono sul web. Inoltre Internet è proteiforme, capace di avvolgere il lettore con contenuti sempre nuovi e personalizzati, calibrati su esigenze e gusti soggettivi, rassicurando e confermando qualsiasi punto di vista, anche il più bislacco. Sicuramente i social consentono una maggiore interazione con gli elettori e, sebbene spesso non siano amministrati dai diretti interessati ma da personale specializzato, rendono la comunicazione più veloce, volatile e – come direbbe Bauman – liquida. Ciò che si scrive oggi, domani può essere cancellato o modificato, col rischio di approdare alla paradossale antitesi del vecchio aforisma «verba volant, scripta manent» perché qualsiasi affermazione, anche se scritta rischia di essere impalpabile, effimera, seduttiva e al tempo stesso volubile e “volatile”.

È appena uscita l’indiscrezione che segnala un “master fantasma” nel curriculum online di Rocco Casalino, responsabile della comunicazione del M5S, che prontamente ha affermato di non curare direttamente le proprie informazioni in rete e che l’errore è stato già corretto. Analoga situazione era successa nientepopodimeno che alla Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, attribuitasi una laurea inesistente, subito rimossa dal suo sito ufficiale. Si tratta di questioni di contenuto e di forma. Infatti, se pensiamo all’indulgenza concessa “d’ufficio” ai vari refusi ortografici e alla minore percezione della gravità degli errori sintattici e grammaticali nei vari post e articoli pubblicati online, si può facilmente constatare che gli infiniti messaggi che ci incalzano da ogni dispositivo e la velocità con cui ci sentiamo costretti a leggerli, sta portandoci alla progressiva perdita del valore etico della parola data, a voce o scritta.

Tende a prevalere una comunicazione “estetica”, impregnata di emotività. Alle bufale e alle fake news è addirittura attribuito il potere di condizionare il pensiero degli elettori e l’esito del voto nei Paesi democratici. Ma in realtà le notizie false non sono la causa, bensì l’effetto di una scarsa formazione nel campo della comunicazione, soprattutto da parte di chi ne fruisce. Eppure da tempo le scienze cognitive hanno appurato l’esistenza di bias che influenzano in maniera determinante il modo con cui acquisiamo e scambiamo informazioni. Invece alcuni responsabili delle istituzioni, studiosi e operatori stessi dei media si stanno erroneamente convincendo che sia tutta colpa delle nuove piattaforme e degli algoritmi con cui queste sono state programmate, in quanto la conformazione stessa dei software che fanno funzionare i vari dispositivi è realizzata per appagare e confermare le nostre idee. Ma dare la colpa agli strumenti è un alibi tanto facile quanto inutile, che ci impedisce di restare aperti al confronto con chi ha un punto di vista diverso dal nostro, snaturando la filosofia stessa con cui, quasi trent’anni fa, il web è stato reso accessibile a tutti. E anziché aprirci alle straordinarie opportunità offerte da una comunità umana allargata, capace di beneficiare dell’intelligenza collettiva e connettiva, rischiamo di restare imprigionati nei nostri pregiudizi di conferma (confirmation bias, appunto), che le diverse piattaforme ci danno continuamente l’opportunità di alimentare. Invece è preciso dovere di ogni adulto testimoniare curiosità ed apertura al confronto e al dialogo, specialmente quando questo appare più difficile. Senso critico e responsabilità nella produzione-fruizione delle informazioni non possono essere delegati agli strumenti. Se il marketing tecnologico ci spinge ad acquistare compulsivamente ogni nuovo dispositivo e a provare qualsiasi piattaforma che promette maggiore efficienza nella comunicazione moderna, non possiamo accontentarci di essere “raggiungibili”, né tantomeno di avere il mondo “a portata di clic”, perché quantità e qualità nell’informazione raramente sono direttamente proporzionali. Si tratta di una sfida educativa in cui la tecnologia entra solo marginalmente.

A che cosa serve tanta fretta per arrivare primi? Basterebbe un nanosecondo per domandarsi in quale direzione stiamo andando e fermarsi un attimo per comprenderne il perché; prima che anch’esso, velocissimamente, prenda il volo.

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