Esco di casa che è ancora buio, ma è una oscurità destinata a svanire presto. Un merlo operaio sta già fischiando dall’impalcatura di un cantiere; intreccia il suo canto con quello di altri uccelli lontani.

Entro in un bar per un caffè, do un’occhiata ai titoli del giornale: manovre del dopo voto. Mi colpisce la differenza nelle dichiarazioni di alcuni politici, prima e dopo le elezioni. Un cambio netto. Ciò che era vero prima del voto non lo è più. La necessità di semplificare i problemi fino all’indecenza, lascia il posto alla rappresentazione di una complessità enfatizzata per esaltare le capacità dei futuri governanti.

È normale questo modo di comportarsi? A me sembra di no. L’ho sempre trovato odioso, allo stesso modo delle pubblicità ingannevoli che fanno leva sulla distrazione e sulla ingenuità dei consumatori. Se non siamo messi in grado di comprendere, che tipo di voto possiamo esprimere? Che tipo di opinione pubblica contribuiamo a formare? Interrogativi drammatici, che mettono a nudo un limite evidente della vita sociale contemporanea. Molti analisti concordano nel dire che uno dei pericoli maggiori per la vita democratica, oltre alla diminuita incidenza della politica rispetto allo strapotere della finanza, sia rappresentato dall’indebolimento culturale del corpo elettorale. Un preoccupante deficit, del quale potrebbe approfittare qualche disonesto imbonitore.

Lo scorso 3 marzo, un giorno prima delle elezioni, è scomparso Mimmo Càndito, storico reporter e corrispondente di guerra del quotidiano “La Stampa”. Proprio Càndito aveva dedicato a questo tema un bellissimo articolo: commentando i dati di una indagine Ocse, aveva sottolineato come una notevole percentuale della popolazione italiana si trovasse in una condizione di “analfabetismo funzionale”, al di sotto del livello minimo di comprensione di un testo di media difficoltà. Incapace di rielaborare ciò che aveva appena ascoltato o letto, o di esprimere giudizi nei confronti di un evento complesso (una crisi economica, una guerra, una crisi umanitaria). Come si può in una situazione del genere – si chiedeva – esercitare un ruolo di cittadinanza attiva? Con un quinto della popolazione italiana che non va oltre la licenza elementare?

Certo bisogna stare attenti. Come ci ricorda Edoardo Albinati, scrittore e insegnante nel carcere di Rebibbia, la discriminante culturale rischia di essere più odiosa di quella razziale, perché segnata da un connotato di classe insopportabile.
Ma qui stiamo cercando di dire un’altra cosa: tutti hanno il diritto di ricevere un livello di educazione adeguata, senza la quale il concetto di democrazia si svuota di significato. Il sistema di istruzione deve aumentare la capacità di reinserire in percorsi di apprendimento le persone rimaste ai margini.

Il mondo si fa sempre più opaco. Il livello di accelerazione dello sviluppo tecnologico è superiore alla nostra capacità di adattamento. Per questo abbiamo bisogno di strumenti adeguati di comprensione.

Controllo l’orologio, si è fatto tardi. Mi affretto a pagare, esco dal bar. C’è un treno per Roma che mi aspetta alla stazione. L’ennesimo corso di formazione da frequentare: sono un privilegiato, solo ora me ne rendo conto.

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