«Lo Spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione». Il versetto della prima lettura di questa Messa Crismale ci invita a ricordare il giorno della nostra ordinazione. In quel giorno siamo stati ordinati, cioè inseriti in un “ordo”.

Questa parola latina è importante e secondo una attenta etimologia significa varie realtà: siamo stati inseriti in una schiera di persone, il presbiterio, che condivide un compito da fare insieme, ma anche un metodo di azione. Questo si compie inserendoci in una tradizione di altri che ci hanno preceduto. La parola ordinazione in riferimento a quel giorno, parla perciò del nostro legame con la Chiesa e con i fratelli nel presbiterato.
Ma il rito dell’ordinazione, parlando dello Spirito che abbiamo ricevuto per l’imposizione delle mani del Vescovo, significato anche dall’unzione, cita più volte anche il termine consacrazione. Siamo stati «consacrati con l’unzione dello Spirito». Ognuno di noi ordinati è perciò un Consacrato.

Il termine rimanda ad una relazione speciale e del tutto personale con Dio e le cose di Dio. Il tema della consacrazione, rispetto a quello dell’ordinazione che significa inserimento ed immersione in un gruppo, designa invece il tema della separazione, dell’essere tolto da una serie di relazioni anche buone, per essere riservato e come concentrato nel vivere una relazione esclusiva ed intensa con Dio in Cristo.

Se l’ordinazione ci parla delle relazioni tra il gruppo degli apostoli di Gesù, la consacrazione ci parla della sequela che, come dice san Paolo a Filemone, ha fatto di ognuno di noi «un prigioniero di Cristo» (Fil 1). Questa appartenenza personale a Lui, questo essere “sequestrati per Cristo”, se viene declinata sulle note della sequela apostolica, diventa particolarmente significativa.

Contemplando gli apostoli come consacrati nella e dalla sequela, emergono alcune note distintive che possiamo brevemente meditare.

È solo il Maestro che chiama. Perciò non si progetta, né si pianifica, per certi versi neppure si sceglie per primi la vita consacrata a Lui, ma la si riceve. Questo ci deve rendere disponibili alla novità ad affidare la nostra storia in mano a Dio. Se la Parola in cui si radica la consacrazione è: “vocazione”, chiamata; a noi resta solo il compito della risposta. Papa Francesco ha inventato un verbo: “primear”. Ha detto: «Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando». Ecco che la consacrazione demolisce tutti i protagonismi e le volontà di primeggiare sugli altri ed anche su Dio.

Nella vita di sequela poi si impara solo “seguendo” Gesù: così hanno fatto gli Apostoli. La vita consacrata nella sequela non la si studia, la si impara vivendola, mettendo i passi sulle orme di Gesù che ci precede sempre. C’è un primato della vita sull’idea, che non significa irrazionalismo ed emozionismo, ma disponibilità a relazionarci con il Cristo risorto e vivo, piuttosto che con idee ed astrazioni che dovrebbero rappresentarlo. C’è, se mi permettete un passaggio forse troppo sintetico, una necessaria circolarità tra teologia e mistica, tra studio ed esperienza spirituale, tra catechesi e preghiera, che non deve essere dimenticata.

Questo messaggio diventa concreto e semplice se riflettiamo che: la vita consacrata la si impara da altri veri consacrati, piuttosto che dai libri o dalle idee astratte.

Infine nel modello della sequela apostolica: la loro consacrazione, appartenenza a Cristo, essere “suoi prigionieri” e per questo davvero liberi, si è realizzata attraverso tre passi specifici.

Se questi caratterizzano solitamente, nel nostro modo di pensare, la consacrazione dei religiosi, non possono essere dimenticati in una consacrazione che si radichi nella Sequela Christi.

Il primo passo della sequela apostolica è la rinuncia ai beni, perché il discepolato è itinerante e non deve essere appesantito dalle preoccupazioni delle cose del mondo. Nella fantasia dello Spirito sono innumerevoli le modalità personali di questo nuovo stile di vita, ce cerca di imitare la povertà del Cristo, ma se non si concretizza in nessuna scelta, la nostra sequela e la consacrazione appaiono appannate ed insipide.

Il secondo passo è la rinuncia alla famiglia d’origine e anche a formarsi una famiglia propria. Nulla in tutto ciò ha a che fare con una mancanza di stima nei confronti dell’amore matrimoniale o familiare. Anzi è proprio la coscienza della sua importanza e grandezza che rende difficile, ad un cuore totalmente consacrato nella sequela che imiti gli apostoli, di trovare spazio per un tale amore ed una tale dedizione. Seguire Cristo con cuore indiviso è la forma più semplice, per un piccolo cuore umano, di essere davvero consacrato all’amore a Cristo ed alla Chiesa.

Infine il terzo passo, quello dell’obbedienza, è modellato sulla sequela di un Maestro «che imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8). È perciò l’accoglienza della croce intesa come capacità di rinunciare alla stima degli altri, di accettare anche l’insulto e l’ostilità. È la consacrazione che si compie nel dono generoso e totale di sé che solo salendo la croce si impara davvero.

Davanti a questo ideale come non sentirsi inadeguati e peccatori? Papa Francesco ci consola con il messaggio della misericordia, ma ci invita alla chiara scelta di rifiutare ogni corruzione. Peccatori certo, ma non corrotti. La sequela infatti è incompatibile con le scorciatoie, ma non con le cadute. Possiamo cadere e rialzarci con la confessione, ma le scorciatoie che cercano di giustificare il nostro peccato, ci mettono fuori dalla logica del Vangelo. Il corrotto cerca sempre scorciatoie per fuggire dalle esigenze della sequela.
Potremmo concludere che: l’opposto del consacrato non è il peccatore, ma il corrotto.
Che lo Spirito che ci ha consacrati nella sequela di Cristo, ci conservi liberi dal male, ci accetti sempre peccatori pentiti, ma mai corrotti.

 

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