Se i nostri piccoli confini non esistono più

Sono le nove di mattina di una domenica di aprile. La partita degli esordienti deve ancora iniziare. I genitori ne approfittano per parlare di calcio e motori. Gente semplice, che farebbe la felicità di un regista come Ken Loach. Marco ha lo stesso profilo di Adrien Brody, che in “Bread and Roses” interpreta un sindacalista alle prese con un gruppo di donne immigrate, lavoratrici precarie di una cooperativa di pulizie. Dallo sport alla politica il passo è breve. A causa del riverbero del sole, Marco parla con gli occhi chiusi a fessura. In una mano tiene una bottiglia di birra, nell’altra una sigaretta. «Sono tornato a votare dopo tanti anni – dice – per cacciare i ladri. I 5 Stelle hanno vinto, devono governare loro, tutti gli altri a casa». Il ragionamento è spiccio: le mediazioni sono indice di debolezza, puzzano di inganno.

L’elogio dell’uomo forte è dietro l’angolo, e arriva puntuale: «Guardate che Trump ha ragione. Sa difendere gli interessi del suo popolo. Costruisce muri, respinge i clandestini. È un uomo che si fa rispettare, come Putin… ». Ormai la mano ha preso slancio, non si può più tirare indietro. Le invettive contro gli immigrati sono scagliate come sassate, una dietro l’altra. L’Hotel House, i fatti di Macerata, le case popolari occupate solo dagli africani che tolgono spazio agli italiani, e via dicendo… Altre voci contribuiscono alla lapidazione: «Se ne devono andare tutti, via, sparire!». Qualcuno obietta che non si possono cacciare se nessuno è disposto a riprenderseli: «Mica li possiamo mettere su una barca e lasciarli in mare?». «E allora che facciamo, ce li dobbiamo tenere per sempre?». A nessuno viene in mente di parlare di integrazione.

Qui non ci troviamo di fronte ai soliti leoni da tastiera, ma davanti a gente in carne e ossa, genitori, amici. Qualche anno fa li avremmo incontrati in uno stand della festa dell’Unità, a bere un bicchiere e parlare di lotte sociali, o in parrocchia per organizzare la festa del patrono. Che cos’è che non ha funzionato? Quando si è generata questa frattura vertiginosa? Si potrà mai recuperare? Forse c’è qualcosa di molto più profondo rispetto al luogo comune secondo il quale è stata la crisi a renderci cattivi. Il problema è che il mondo si è allargato, e quello che era vero all’interno dei nostri piccoli confini ora non lo è più. Ci troviamo di fronte a uno scenario inedito. Un cambiamento radicale e drammatico di prospettiva al quale nessuna delle tradizioni culturali e politiche del nostro Paese ha saputo dare finora una risposta convincente. Soprattutto quelle che avevano fatto dell’internazionalismo e dell’universalismo il loro punto di forza, e che oggi sembrano incapaci di reagire.

Ha scritto l’antropologa Marta Mosca: «Quale crisi umanitaria più massiccia di quella contemporanea dobbiamo attendere affinché si raggiunga la consapevolezza di far parte di un sistema globale, le cui dinamiche si ramificano fino a raggiungere le sfere locali? Queste ultime non sono intoccabili… I piccoli paesi di provincia non sono istantanee di paesaggi bucolici immobili e silenziosi, ma punti di snodo e contatto».

Ora è chiaro: eravamo destinati a diventare punti di snodo, e non lo avevamo capito.

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