Impegnato nelle sempre numerose attività pastorali di questo mese di Maggio, ho seguito l’incontro del Santo Padre con i neocatecumeni tra radio, tv ed internet, rivedendo su YouTube, in tarda serata i pezzi che mi ero perso.

In particolare ho ascoltato e riletto con attenzione il discorso di papa Francesco, un testo affettuoso e saggio che un commentatore ha definito «una piccola enciclica sulla missione» donata dal Santo Padre al Cammino ed alla Chiesa.

Conoscendo il Cammino da tanti anni – infatti incontrai i primi fratelli del Cammino nel 1978 nella parrocchia della Natività a Roma – ho approfondito questa conoscenza in questo osservatorio privilegiato e per tanti versi unico che è la nostra Diocesi. L’unica diocesi nel mondo con circa il 60% del suo clero attivo neocatecumenale, dove in molte parrocchie abbiamo delle Comunità e dove l’annuncio e le catechesi del Cammino sono proposte alla nostra gente con continuità ininterrotta da quasi 30 anni.

Prima come prete ed ora come Vescovo di Macerata so perciò bene cos’è il Cammino, ne apprezzo i valori, ne riconosco i limiti, presenti d’altronde in ogni esperienza umana e di Chiesa e soprattutto ne posso apprezzare l’evoluzione, che ha vissuto e sta vivendo ancora in questi 50 anni.

Quello che ho ben chiaro, e che mi sembra abbia più chiaro di me il Papa, è che il Cammino “cammina”, procede ed evolve, cercando di crescere nella direzione che Dio indica e che la Chiesa aiuta a riconoscere.

Il Cammino evolve soprattutto perché è nato in una situazione di periferia, tra persone molto lontane dalla fede ed ha elaborato un percorso di catechesi, celebrazione e vita di comunità pensato per far loro scoprire la fede cristiana.

In questi 50 anni però sono successe almeno due cose fondamentali: la prima è che l’annuncio iniziato nelle periferie è poi stato fatto nelle parrocchie e così ha raggiunto molti cristiani tiepidi, abitudinari e poco convinti, risvegliando la loro fede e dando inizio a nuove Comunità. Questi fratelli del Cammino hanno creato comunità di persone più ferventi ed impegnate, il metodo le ha aiutate, ma nel tempo ha assunto la forma di uno stile di vita meno marginale ed eccezionale e più sereno e quotidiano.

Nel Cammino alcuni vedono questo come un limite, come un perdersi del fervore iniziale, ma credo che l’eccezionalità nella vita spirituale sia normalmente riservata ai religiosi ed al loro ruolo di perenne testimonianza, non al normale Popolo di Dio. La recentissima enciclica del Papa sulla semplicità di una santità quotidiana e per nulla eccezionale, a cui tutti siamo chiamati, mi sembra una conferma di questo.

Nel Cammino si è a volte creata un’ala massimalista di “quasi-religiosi”, caratterizzata per lo più dai catechisti a tempo pieno, dalle famiglie in missione, dalle giovani e dai giovani che hanno abbracciato la vocazione religiosa o sono andati in seminario o per anni nelle Missio ad Gentes. Il resto dei Fratelli e dei Presbiteri nel confronto con questi “missionari eccezionali”, rischiano di sentirsi meno coerenti e meno impegnati, ma sarebbe un grave errore pensarlo.

La gran parte della efficace azione di evangelizzazione del mondo attuata dal Cammino è realizzata dalle famiglie “normali”, di fratelli che vivono la vita di tutti i giorni ma: con un chiaro riferimento a Dio ed alla morale cristiana, con una fedele vita di preghiera, con la celebrazione ogni settimana della Parola e dell’Eucarestia, con un’accoglienza della vita che senza avere numeri di figli da record, forma però famiglie numerose, un po’ eccezionali, ma attraenti ed imitabili anche per chi non fa parte del Cammino.

Questo Cammino che non corre, ma tiene il passo degli altri e dei più deboli, andrebbe esaltato di più, perché è davvero la realtà più preziosa, che salva ogni giorno e con semplicità, sia il nostro mondo occidentale, che i paesi dove si vive il Cammino restando nella propria terra e tra la propria gente.

Questo ho letto nella esortazione del Papa, che non voleva certo spegnere l’ardore missionario di quanti partono per Paesi lontani, ma valorizzare come giustamente meritano quanti restano e testimoniano nel quotidiano e nella semplicità. Abbiamo in diocesi tante preziose famiglie del Cammino che si riconoscerebbero benissimo nello stile missionario indicato dal Papa.

Sono quelli che conoscono bene e testimoniano “l’arte di camminare insieme”, come ha detto il Santo Padre e che stanno ben attenti, nel luogo di vita e di lavoro «a non dettare il passo agli altri. (Sanno invece) piuttosto accompagnare e attendere, ricordando che il cammino dell’altro non è identico al mio. Come nella vita nessuno ha il passo esattamente uguale a un altro, così anche nella fede e nella missione: si va avanti insieme, senza isolarsi e senza imporre il proprio senso di marcia, (sono così) uniti, come Chiesa, coi Pastori, con tutti i fratelli, senza fughe in avanti e senza lamentarsi di chi ha il passo più lento. Proprio come pellegrini – ha concluso Papa Francesco – che accompagnano altri fratelli e lo fanno con cura e rispetto per il cammino di ciascuno e senza forzare la crescita di nessuno, perché la risposta a Dio matura solo nella libertà autentica e sincera».

Questi Fratelli poco eccezionali nei gesti eclatanti, ma tanto eccezionali nella loro fedeltà al quotidiano, che animano dall’interno le parrocchie e la vita di fede nei luoghi di lavoro o di studio, sono la vera ricchezza del Cammino in mezzo a noi.

Così lo sono quelli tra i nostri preti che vivono una vera missionarietà senza prendere aerei, ma facendo tanta strada per seguire non solo la loro parrocchia, ma anche le Comunità del Cammino in varie città delle Marche, dove non ci sono presbiteri disponibili alle celebrazioni ed alle catechesi. Loro sanno bene ciò che ha detto il Papa: «il Signore è di casa presso ciascun popolo e il suo Spirito ha già seminato prima del loro arrivo». Per questo non si sentono eroici conquistatori di nuove anime, ma fedeli operai nella vigna del Signore, che permettono alle viti piantare da altri di portare buon frutto. A loro pensavo quando il Papa ha detto: «siate dunque appassionati di umanità, collaboratori della gioia di tutti, autorevoli perché prossimi, ascoltabili perché vicini». E ha insistito: «amate le culture e le tradizioni dei popoli, senza applicare modelli prestabiliti. Non partite dalle teorie e dagli schemi, ma dalle situazioni concrete: sarà così lo Spirito a plasmare l’annuncio secondo i suoi tempi e i suoi modi».

Questa azione missionaria nella nostra terra, tra i cristiani tiepidi, tra quelli che hanno dimenticato la fede anche se vengono ogni tanto a Messa, tra i ragazzi che si incontrano in oratorio o nelle aule di catechismo ma sono atei pratici, va esaltata ed è il frutto meno visibile, ma numericamente più significativo ed anche più prezioso del Cammino in questi 50 anni.

La seconda evoluzione del Cammino, rispetto alla realtà delle sue origini e fino agli anni 80, è che oggi ne fanno parte significativa quelli che chiamo i “neocatecumenali 2.0”. Si tratta dei figli delle famiglie del Cammino, vissuti sempre nell’atmosfera di fede dei genitori. Per loro entrare in Cammino non ha significato una conversione spiritualmente e psicologicamente travolgente, ma la continuazione serena di una proposta ricevuta con il latte materno. Sono dei cristiani sereni e gioiosi, meno conflittuali con il mondo e grati per il bene ricevuto. Sanno la fatica, ma anche la bellezza di avere più fratelli degli altri giovani, conoscono la preghiera comunitaria e fedele dall’infanzia e si sentono parte della Chiesa in maniera concreta e chiara. Quando questi giovani vivono così la loro giovinezza, pur con tutte le ribellioni naturali degli adolescenti, diventano la base preziosa con cui costruire nuove famiglie cristiane veramente belle. E non è un caso che tra questi “giovani neo 2.0” le vocazioni siano più numerose che tra gli altri giovani cristiani.

Non è sempre facile, anche le famiglie del Cammino vivono come tutti dei fallimenti educativi, ma è innegabile che i risultati buoni sono tanti. A loro parlava il Papa e non solo alle famiglie che vanno lontano in missione, quando ha detto: «Non contano gli argomenti che convincono, ma la vita che attrae; non la capacità di imporsi, ma il coraggio di servire. E voi avete nel vostro “Dna” questa vocazione ad annunciare vivendo in famiglia, sull’esempio della santa Famiglia: in umiltà, semplicità e lode. Portate quest’atmosfera familiare in tanti luoghi desolati e privi di affetto. Fatevi riconoscere come gli amici di Gesù. Tutti chiamate amici e di tutti siate amici».

Se dicessi che è tutto oro sarei un illuso. Anche nel Cammino ci sono tante cose che debbono migliorare, ma è la stessa cosa tra gli altri preti, nelle altre famiglie, nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti cattolici. È però importante essere positivi e fiduciosi come ha detto il Papa: «missione è annunciare che il Signore non si stancherà mai di me, di te, di noi e di questo nostro mondo, (anche di quello ecclesiale) del quale forse noi ci stanchiamo».

Queste mie righe sono nate dal cuore e soprattutto da un’ultima frase del Papa che ho letto soprattutto per me, come invito a guardare da vero padre ai figli del Cammino che Dio mi ha donato tra i fedeli ed i preti della nostra bella diocesi. «I figli per un padre e una madre: anche se sono tanti, grandi e piccini, ciascuno è amato con tutto il cuore. Perché l’amore, donandosi, non diminuisce, ma aumenta. Ed è sempre speranzoso. I genitori, non vedono prima di tutto i difetti e le mancanze dei figli, ma i figli stessi, e in questa luce accolgono i loro problemi e le loro difficoltà, così fanno i missionari con i popoli amati da Dio. Non mettono in prima fila gli aspetti negativi e le cose da cambiare, ma “vedono col cuore”, con uno sguardo che apprezza, un approccio che rispetta, una fiducia che pazienta».
Buon cinquantesimo!

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