Nella Bibbia il popolo di Israele diventa adulto nella vita e nella fede attraverso l’esperienza dell’Esodo. È un lento, faticoso e progressivo cammino di uscita dalla schiavitù dell’Egitto, in cui gli ebrei imparano la libertà. La libertà non è fare ciò che si vuole, seguendo le proprie voglie. Infatti quando il popolo fa così, volendo tornare indietro verso l’Egitto di cui rimpiangeva le cipolle e la carne, sperimenta la morte.

Lo stesso accade nella via della fede, quando gli israeliti cercano di stabilire da soli la strada del futuro, non attendendo che Dio tracci il giusto cammino con i suoi Comandamenti. Essi costruiscono un vitello d’oro, un Dio comodo che ti conduce dove vuoi tu, perché è sordo e muto e quindi non ha nessuna indicazione da dare; ma anche questa falsa libertà conduce alla morte.

L’immagine dell’Esodo, dell’uscita da noi stessi per incontrare il Signore, per incontrare gli altri come fratelli dello stesso popolo, è un potente simbolo biblico che indica la differenza tra l’immaturità, il bambineggiare dentro i limiti del proprio egoismo e il diventare finalmente e veramente grandi. All’inizio del libro della Genesi c’è un’altra potente immagine simbolica: quella di Caino. L’uomo che uccide suo fratello offendendo Dio con la colpa più grave di tutte: il primo omicidio. A Dio che lo invita a capire la gravità del male commesso chiedendogli: «Dov’è Abele tuo fratello?», Caino risponde: «Non lo so, sono forse il custode di mio fratello?». In questa interrogativa sospesa, la Bibbia lascia intuire quale potrebbe essere la risposta di Dio: «Certamente! Se vuoi davvero essere un uomo, un uomo retto e maturo, devi sentirti il custode di ogni uomo tuo fratello, in particolare dei più deboli e fragili, che a me, loro Creatore e Padre, sono i più cari». L’accento del testo è tutto sull’essere custode, shomer in ebraico, che significa essere vigilante, custodire, aver cura, è il verbo del buon pastore.

Andare verso l’altro per prendersene cura è perciò nel pensiero biblico la via migliore per crescere nel bene, per giocare al meglio la propria libertà, per diventare davvero adulti e grandi. Questo è vero nella vita di relazione tra gli uomini ed ancora di più in quella della fede, della relazione con Dio. Questo Esodo verso l’altro minuscolo è la misura e la verifica di quello verso l’Altro maiuscolo, che è Dio. Lo dice con chiarezza cristallina la prima lettera di Giovanni: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20). Sono reduce dalla lettura di un saggio recente sull’evoluzione degli uomini primitivi, in cui l’autore, tra l’altro ateo e materialista, sostiene con varie prove che il successo della specie Homo Sapiens, di cui tutti facciamo parte, è stato determinato non dalla capacità cerebrale, che forse altri primitivi come i Neanderthal avevano più significativa assieme ad una maggiore robustezza fisica, ma dalla capacità di comunicare, collaborare, prendersi cura gli uni degli altri in gruppi più numerosi.

Nel “progetto uomo”, che per chi crede ha scritto Dio e per chi non crede deriva dal caso, è dunque scritto a chiare lettere: l’uomo migliore è quello che si apre all’altro sentendosene custode.

Forse il nostro mondo che guarda tanto al futuro, dovrebbe percorrere con più attenzione e riflessione i sentieri del passato. Se nel futuro c’è la crescita della conoscenza tecnica, non sempre si incontra la crescita della sapienza di vita.

Di questa scarsa sapienza di vita abbiamo fatto esperienza a Macerata in questi ultimi tempi: affrontando problemi complessi e interconnessi come la crescita del traffico di droga, l’accoglienza degli extracomunitari, il caso di Pamela e quello di Luca Traini, in una logica di scontro, di contrasto sia nelle diagnosi che nelle ipotesi di soluzione. Restando ognuno chiuso “nella schiavitù egiziana” delle proprie idee ed appartenenze, senza fare Esodo gli uni verso gli altri in un clima di vera accoglienza. Non ha giovato il fatto che sono venuti qui da noi a confrontarsi tanti Neanderthal da tutta Italia. Spero che sempre più in futuro, sia tra noi che tra gli ospiti, sempre graditi, prevalgano di gran lunga gli Homo Sapiens.

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