Sono convinto che inventeranno, prima o poi, una forma di realtà aumentata grazie alla quale, inquadrando sullo smartphone il volto di uno sconosciuto, avremo accesso ai suoi profili “social”: potremo sapere come la pensa, leggere i suoi post. La trasparenza sarà considerata una virtù, e chi sceglierà di non condividere nulla sarà guardato con sospetto, come il proprietario di un Suv dai vetri oscurati che continui ad aggirarsi dalle parti di casa nostra… Proprio la diffidenza nei confronti degli “altri” sembra essere la cifra del nostro tempo. Non solo nei confronti degli stranieri, ma di tutti coloro che incontriamo quotidianamente.

Secondo una indagine elaborata dall’Istituto Demos, oltre sei persone su dieci sono convinte che gli “altri”, se si presentasse l’occasione, approfitterebbero della loro buona fede. L’indagine è citata da Ilvo Diamanti nel suo recente libro “Popolocrazia”. Secondo il professore di Urbino, una delle cause principali della affermazione dei movimenti populisti, al di là degli effetti ben noti della crisi economica, è la crisi della democrazia rappresentativa.

Ogni forma di mediazione è guardata con sospetto. La delega attribuita agli eletti attraverso il voto non basta più. I corpi intermedi tendono a scomparire, e le istituzioni sono spesso criticate, al di là dei loro stessi demeriti. A sua volta, la crisi del principio di rappresentanza nasce proprio all’interno del clima di diffidenza che abbiamo appena ricordato, e che coinvolge pesantemente il mondo della politica. Per questo motivo la principale risorsa attraverso cui ottenere consenso, da parte di alcuni partiti, è diventata la diffusione della sfiducia.

La partecipazione alla vita politica è vissuta sopratutto come una attività di sorveglianza e di denuncia. Giustamente il politologo Sergio Fabbrini ha sottolineato come negli ultimi anni si sia registrato un degrado del dibattito pubblico nel nostro Paese. I media tradizionali, combinandosi con la rete dei social, hanno contribuito alla formazione di una opinione pubblica faziosa, approssimativa, e soprattutto provinciale. Invece di puntare l’attenzione verso le priorità nazionali, come la riforma dell’Eurozona o la modernizzazione dello Stato, si è indirizzata la rabbia popolare verso i “privilegi della casta”… E infatti proprio la rete, che della democrazia “diretta” e “immediata” dovrebbe essere il principale strumento, è diventata megafono di rancore, collante identitario di piccole realtà chiuse in se stesse: basta pensare a tutti i gruppi del genere “Sei di Macerata se…”, in cui ci si esprime in dialetto e si dà voce a ogni recriminazione.

Che valore aggiunto può offrire, alla vita politica, una realtà di questo genere? Eppure, proprio un uso appropriato delle piattaforme di social media potrebbe consentire alle nostre comunità arroccate in difesa di aprirsi agli “altri” di tutto il mondo, di farsi attraversare da una salutare circolazione di idee. La rete può essere un formidabile strumento di partecipazione politica, ci ricorda il politologo indiano Parag Khanna, a patto che siano presenti due presupposti indispensabili: una società istruita, e un governo incentrato sulla democrazia sociale inclusiva.

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